Pompini sotto scacco
Era una serata come tante, quando ho incontrato quel tipo della mia età. Belloccio, sguardo furbo e un sorriso che prometteva guai. Abbiamo fraternizzato subito, chiacchierando di tutto e di niente, ma la voglia di sesso tra noi era palpabile. Entrambi morivamo dalla voglia di darci dentro, ma il problema era sempre lo stesso: dove?«Conosco un posto perfetto dove possiamo scopare senza problemi» mi ha detto con voce bassa e complice.
Sono salito sul suo motorino. È partito a razzo, sfrecciando fuori città fino a fermarsi in piena campagna deserta. Davanti a noi un vecchio casolare. Lui ha tirato fuori le chiavi. «Non ti preoccupare, è dei miei» ha aggiunto strizzandomi l’occhio. Siamo entrati. L’aria era carica di eccitazione. Ci siamo spogliati in fretta. Appena ho visto il suo cazzo già duro non ho resistito: mi sono inginocchiato e gli ho fatto un pompino appassionato, profondo, bagnato, con tutta la voglia che avevo accumulato. L’ho succhiato con foga finché non è venuto nella mia bocca, gemendo forte.
«Basta così. Ti riporto in città» ha detto subito dopo, ancora col respiro affannato. Ci siamo salutati. Lui mi ha ammiccato un «A presto, boy» con un ghigno che mi ha lasciato una strana sensazione.
Tutto molto strano. La sera, a casa, mentre ripensavo a quel pompino veloce in campagna, mi è arrivato un video sul cellulare: ero io, a viso completamente scoperto, che glielo prendevo in bocca con entusiasmo. Il messaggio che accompagnava il filmato era chiaro e gelido: «Ti ho clonato il telefono. Ora sei mio. E non solo per un pompino.» Aveva un complice. Mi avevano incastrato alla perfezione.
I giorni successivi li ho vissuti sulle spine. Ogni notifica mi faceva sobbalzare. Poi è arrivato il suo messaggio: mi dava appuntamento. Ho provato a protestare.
«Zitto. Altrimenti quel video finisce ovunque.»
Cazzo. Mi teneva in pugno. Mi ha riportato al casolare. Questa volta non eravamo soli. Altri due tipi ci aspettavano dentro, già mezzi nudi, con sguardi affamati. «Spogliati» mi ha ordinato il primo.
Che vergogna. Non volevo, ma non avevo scelta. Mi sono denudato sotto i loro occhi. Il primo, con voce roca: «Regola numero uno: abbiamo fame di culo.»
Il secondo: «Regola numero due: ti tieni a disposizione quando vogliamo.»
Il terzo, sorridendo cattivo: «Regola numero tre: resta tutto fra noi. Altrimenti… lo sai.»
Uno alla volta mi hanno dato assaggi della loro bravura. Cazzi grossi, modi rozzi, parolacce a raffica, zero rispetto. Mi hanno scopato senza pietà, passandomi come una troia, riempiendomi di sborra e insulti. Mani forti che mi stringevano i fianchi, spinte violente, risate mentre mi usavano. Ore di gangbang selvaggio in quel casolare isolato.
Dopo qualche ora, esausto e dolorante: «Rivestiti. Ti riportiamo indietro.»
Sono tornato in città con la testa che girava. Non ce l’ho fatta più. Sono andato dritto in questura e ho raccontato tutto. Gli agenti li hanno localizzati velocemente. Erano ancora insieme, i tre compari. Li ho riconosciuti uno per uno. Hanno consegnato il video, che è stato immediatamente distrutto. Gli hanno fatto una bella lavata di capo. Io non ho sporto denuncia. Prima di uscire, il poliziotto che mi aveva seguito mi ha preso da parte e mi ha dato delle raccomandazioni serie: «Mai accettare proposte da certi giovani che non conosci. Hai visto di cosa sono capaci. Se proprio vuoi divertirti, mettiti con qualcuno che ti dia affidamento.»
L’ho guardato. Alto, in divisa, sguardo protettivo.
«Come te?» ho chiesto, quasi senza pensarci. «Esatto» ha risposto con un mezzo sorriso. «Ok.» «Ti va stasera a casa mia?»
«Ok.» Da quella sera ne abbiamo combinate di tutti i colori. Il fascino della divisa è qualcosa di indescrivibile. Niente telecamere nascoste, niente ricatti. Solo camera da letto, solo noi due, solo sesso volontario e del tutto consenziente. Finalmente qualcosa di sano, di eccitante, di vero.
Questo sì che è ragionare.