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Dottore: questa supposta è troppo grossa

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4 ore fa
Immagine Dottore: questa supposta è troppo grossa

Non prendo quasi mai l’autobus, ma quel pomeriggio preferii evitare l’auto e salii al volo su uno particolarmente affollato, anche se dovevo percorrere solo poche fermate.

I sobbalzi e gli scossoni si susseguivano senza sosta. A un certo punto, però, non ebbi più dubbi: qualcuno rimaneva premuto contro il mio fondoschiena, e il suo sesso diventava sempre più duro e voluminoso a ogni movimento del veicolo.

La situazione mi fece sorridere, almeno all’inizio. Da ragazzino, ascoltavo spesso i miei compagni vantarsi di essere stati palpati o avvicinati da adulti, e mi chiedevo perché a me non fosse mai capitato. Ora, superati i quarant’anni, sembrava che stesse succedendo proprio a me.

Facevo finta di niente, ma la cosa mi divertiva. Con la coda dell’occhio cercavo di intravedere il volto dell’uomo che sembrava intenzionato a godersi le mie curve. Era un anziano corpulento, con la testa rasata, leggermente più alto di me. A ogni sobbalzo me lo faceva sentire chiaramente, come se stesse immaginando di prendermi lì sul posto.

Non provavo paura né soggezione, anzi, un leggero disgusto che mi dava una sorta di frivola superiorità e solleticava il mio narcisismo. Immaginai di essere tornato adolescente e ripercorsi quelle fantasie mai realizzate che un tempo avevo quasi invidiato. Decisi di sorprenderlo con qualcosa di sarcastico.

L’incontro sull’autobus

Mi voltai verso di lui, accostai la bocca al suo orecchio e sussurrai:

«È già venuto?»

«Non ancora, ma se scendi alla prossima fermata possiamo decidere il da farsi.»

La risposta pronta mi colse di sorpresa e la mia presunta superiorità vacillò. Tra il serio e il faceto, arrivammo rapidamente a una decisione.

Si trattava solo di scegliere se accettare o rifiutare, ma proprio l’assurdità della situazione era ciò che più mi intrigava. In fondo non mi dispiaceva esplorare percorsi mai battuti prima.

Nella mia mente si affollavano oscenità, paure, dubbi e una curiosità bruciante. Decisi di “andare a vedere” e giocare quella partita. Cominciai a farmi largo tra la folla verso l’uscita, lui mi seguì discretamente. Scendemmo senza ulteriori avances.

Cercavo di mantenere la lucidità, perché sotto sotto ero preda di una tempesta emotiva. Non avevo mai avuto un rapporto a geometria variabile, per così dire.

Il taxi e la confessione

«Lo chiami così?» mi chiese lui, divertito. «Neanche con un trans?» proseguì senza giri di parole.

«Sì… confesso. Ma sono sempre stato io a scoparli e ne ho trovati di più belli di qualsiasi donna.» Ormai avevo scelto di essere sincero.

«Vedo che sei sulla buona strada» commentò. «È quasi sempre una tappa obbligata per chi sente certi stimoli un po’ in ritardo… Dimmi, com’è stato?»

«Credo di sì.»

Senza nemmeno guardarsi intorno, mi mise una mano sul davanti e verificò che ero agitato ma anche eccitato.

«Perfetto. Adesso vuoi provare anche l’altra faccia della medaglia. Prendiamo un taxi e andiamo da me.»

Aveva un appartamentino in un grande palazzo di periferia, perfetto per garantire l’anonimato, come mi spiegò.

Una volta in macchina diventò un padrone inflessibile. Mi prese la mano e se la portò sul pacco.

«Dai, toccalo. Tiralo fuori… comincia a smanettarlo un po’.»

«Qui in taxi?»

«Certo. Se hai paura fallo con discrezione, ma fallo. La paura è un eccitante formidabile, se impari a usarla.»

La sua sfacciataggine aveva un fascino perverso, quello del proibito. Volle che fossi io a estrarre il suo membro. Lo feci con cautela, ma lo feci. La fifa che il tassista potesse accorgersene era sia freno che stimolo.

«Ti piacerebbe farti scoprire da qualcuno mentre mi fai un pompino?»

«Sei un po’ sadico?» bisbigliai, mentre gli abbassavo la zip.

«Certo, ma mi sembra proprio quello che ti piace di più. Vorresti prenderlo in bocca anche subito, ma non hai il coraggio.»

Era vero, ma la trasgressione stava diventando eccessiva. Ritirai la mano. «Come non detto, lo facciamo in privato.» La sua mano rimase sul mio sesso, mantenendolo duro finché non arrivammo.

Lo studio segreto

Lo stabile era scalcinato, ma l’appartamento era tutt’altro che anonimo. Si entrava in un ingressetto stretto, poi si apriva uno spazio grande che sembrava uno studio medico, anzi ginecologico: specchi ovunque, una strana poltrona con braccioli sagomati per divaricare e sollevare le gambe, regolabile in altezza con un pistone. C’erano macchinari misteriosi, armadietti con strumenti clinici, vaschette, siringhe, enteroclismi.

Prese un camice dall’attaccapanni e lo indossò. Poi, serissimo:

«Adesso si spogli completamente e salga sulla poltrona, prego.»

«Ma…»

«Gli abiti può metterli lì.» Mi interruppe secco, dirigendosi verso un lavandino dietro un paravento.

Ero al colmo dell’eccitazione. Mi denudai completamente e mi offrii alle sue mani, tremando di ritegno ma con il sesso eretto.

Salii sulla poltrona ginecologica. «Su, su, gambe sui braccioli e ben aperte!»

Ancora vestito col camice, venne a palparmi il pube con mano guantata e a divaricarmi leggermente l’ano, come se fossero grandi labbra.

«Direi che abbiamo bisogno di un clisterino e di una bella depilazione.»

«Sì, dottore.» Mi sentii improvvisamente libero da ogni vergogna.

Subii l’operazione con massima professionalità. Poi mi cosparse di schiuma profumata e mi fece una lunga, sensuale carezza pubica e penica prima di rasarmi completamente con un rasoio da barbiere. Fu quasi una masturbazione. Una spugnatura calda concluse la preparazione.

Infine impugnò un divaricatore e cominciò a penetrarmi. Ero sull’orlo dell’orgasmo. Mi chiese di trattenermi ancora per lubrificare l’orifizio. Fu un’ispezione anale con dilatazioni progressive. Quando tolse lo strumento, mi sentivo pronto ad accogliere qualsiasi cosa.

L’amplesso finale

«Ed ora, mio caro, possiamo passare all’amplesso. Dovrai accogliere il seme del toro e farti finalmente scopare, mia novella Pasifae!»

Si spogliò meticolosamente. Apparve il ventre peloso brizzolato e un pene in erezione impressionante: un vero corno di toro, largo alla base, arcuato e lunghissimo.

Oddio, pensai, questa banana mi squarcerà.

Cominciai a sentirmi male dal piacere mentre lui era già entrato per metà. Lo guardavo scomparire dentro di me e il godimento mi inondava il ventre con i primi schizzi, colando sull’inguine ormai glabro e spalancato.

«Godi dentro, godi tutto dentro… lo sento, lo sento…» mormorai.

Lo affondò e lo estrasse lentamente due o tre volte, con un muggito trattenuto, sadicamente. Poi rimasi colmo del suo seme caldo e denso, un minotauro liquido che partorii immediatamente appena lo sfilò. Quel cazzo interminabile che usciva mi strappava singhiozzi, come se mi venisse tolto dalla gola.

Sentii lo “sblop” dell’uscita e vidi allo specchio, fra le gambe, l’espulsione filamentosa e viscida mentre giacevo sfinito, lamentoso e coperto di uno sperma favolosamente denso e caldo.


Categoria: Prime volte

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