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Il mio san Valentino proibito con il mio Amico

21
10 ore fa
Immagine Il mio san Valentino proibito con il mio Amico

San Valentino stava passando come un giorno qualunque. Anzi, inutile fingere: era una giornata di merda. Di quelle che solo chi la trascorre da solo può capire davvero. Il mio trentacinquesimo San Valentino trascorso a masturbarmi davanti al poster della pornostar di turno su «Playboy». Ormai le avevo finite tutte: Miss Gennaio ’89, Febbraio ’92, Maggio ’95, Ottobre 2000… e chissà quante altre ancora.

Gli anni migliori della mia vita passati a menarmelo con rabbia crescente. Quanta solitudine, quanta frustrazione in quelle mani che stringevano il cazzo con forza, strattoni decisi, gli occhi sbarrati, le labbra strette tra i denti in una smorfia di dolore e piacere mescolati. Colpi continui, quasi crudeli, fino a sentire lo sperma salire rapido, accumularsi sotto la cappella chiusa tra due dita per aumentare la potenza dell’orgasmo. Poi il getto caldo che schizzava fuori come champagne stappato dopo essere stato agitato a lungo, inondando la carta lucida e patinata delle riviste porno. E infine restare lì alcuni minuti, il pene sfiancato e dolorante, a imprecare contro il mondo intero.

Anche quel giorno non era diverso. Avevo un tale nervoso addosso che avrei voluto uscire in strada solo per vedere tutti litigare. Invece restai in casa. C’era qualcosa, un presentimento strano che mi diceva che oggi sarebbe stato differente. Avevo voglia di stravolgermi, di fare una vera pazzia.

La sera decisiva

Come spesso accadeva, verso sera pensai di invitare tre o quattro amici per guardare un DVD porno, mangiare una pizza e farsi una fumata. Ma quella sera, naturalmente, erano tutti occupati. Solo uno era libero. Sfigato come me.

Ci pensai e ripensai. L’idea mi eccitava sempre di più. Mi piaceva. E soprattutto volevo farlo perché era la sera giusta: una di quelle sere in cui senti di dover fare una cazzata.

Ci chiudemmo in camera mia. Pizza, chiacchiere e le solite battute sul gruppo: «Cazzo, hai visto oggi che spacco che ha Sonia!». «E Carla? Che troia! Secondo me il marito lo sa e ci gode. Anzi, li filma pure e poi si sega guardando la moglie che si fa inculare da Bruno mentre ha il cazzo di Sergio in bocca… mmm».

Erano i nostri discorsi di sempre, ma quella sera li facevo apposta. Volevo prepararlo, stimolarlo, farlo eccitare. Io ero pronto: avevo i coglioni gonfi di rabbia… e di sborra pronta a esplodere.

Il momento di agire

«È il momento» pensai.

Il film scorreva su una ucraina biondissima, occhi di ghiaccio, seni sodi, gambe lunghe e lisce, corpo statuario, fica perfettamente rasata. Stava facendo un pompino a un nero dotato di un bastone lungo venti, venticinque centimetri.

Allora agii. Mi infilai la mano nei jeans, tirai fuori il cazzo e cominciai a menarmelo con dolcezza e calma, alternando i ritmi. Lui era a pochi centimetri da me e guardava sbalordito. Sbalordito ed eccitato.

Eravamo entrambi depressi, frustrati. Era il momento giusto. Continuai a guardarlo mentre il mio cazzo prendeva sempre più vigore. Lo menavo facendolo oscillare da destra a sinistra.

Con voce flebile e ansimante, sussurrai: «Dai, anche tu… che cazzo ti frega, siamo soli…».

Il mio cazzo continuava a irrigidirsi. I colpi potenti lo facevano oscillare come una grossa canna sbattuta dal vento.

Lui lo fissava. Nei suoi occhi leggevo stupore, paura, ma anche un’eccitazione crescente. Io ero deciso a tutto, non sarei tornato indietro: «O la va o la spacca».

Mentre con una mano continuavo a pompare il mio uccello, presi respiri più profondi e ansimai per fargli capire quanto fossi eccitato. Con l’altra mano mi avvicinai a lui, la feci scivolare lentamente fino alla sua cintura e iniziai a slacciarla. Poi, uno alla volta, con gesti quasi delicati, sbottonai i pantaloni. Appena si aprirono, il tessuto degli slip venne spinto in fuori da un gonfiore evidente. Cazzo! Anche lui era eccitatissimo. Lo voleva.

Il primo contatto

Ormai era fatta. Ora veniva il bello.

Lui pensava probabilmente a una semplice sega tra amici, come quelle che si fanno da adolescenti. Ma no, troppo facile, troppo banale. Io volevo di più.

Con lentezza mi lasciai scivolare giù dal divano. Mi ritrovai in ginocchio davanti a lui, mi avvicinai e mi sistemai tra le sue gambe aperte.

Tutti questi movimenti li avevo fatti senza smettere di masturbarmi. Ora, con dolcezza, infilai le dita nei suoi slip. Entrai, esplorai, incontrai la peluria e ci giocai un po’, accarezzandola.

Scendendo ancora, trovai il suo cazzo: durissimo, rigido. Lo afferrai e lo tirai fuori. Era un bel pene, non enorme, ma ben fatto, con una vena che lo percorreva disegnando un ramo ramificato.

Era il mio momento. Mi avvicinai, lo annusai, mi eccitai da morire. Il cuore mi batteva fortissimo. Me lo passai sul volto, volevo sentirlo sulla pelle. Lo sfregai sotto gli occhi, sul naso. Era sudato, pulsava, emanava un odore strano, intenso, irresistibile.

Lo baciai. Lo riempii di baci dolci, soffici, teneri. La mia lingua lo esplorò da ogni parte.

Poi, finalmente, aprii la bocca e me lo infilai dentro.

Lui godeva. Lo sentivo chiaramente. E godevo anch’io.

Mi sentivo una regina. Ora capivo quell’onnipotenza che provano le donne quando, se ci sanno fare, dominano i loro uomini con un pompino. Adoravo fare pompini. Era un’arte. Prima di allora non li avevo mai fatti davvero, eppure li avevo sempre sognati.

L’arte del pompino

Continuai a succhiarlo. Su e giù. A intervalli mi fermavo, raccoglievo saliva e la facevo colare dalla bocca sulla cappella e sul buchino. Poi, mentre colava lungo il cazzo, la inseguivo con la lingua fino a raggiungerla e spalmargliela ovunque. Quando il giochetto non riusciva perfettamente, interveniva la mano a raccogliere la saliva dispersa e, con un massaggio lento, la stendevo dappertutto. Mi eccitava da impazzire l’idea che la mia saliva fosse sparsa sul suo cazzo, sui suoi coglioni, sulla sua peluria.

Durante tutto quel gioco continuavo a segarmi con la mano destra. Anche il mio era duro e dritto come un bastone.

Mi reinfilai il suo cazzo in bocca, stavolta deciso all’assalto finale. Presi il ritmo: prima lento e delicato, poi, come il crescendo di una sinfonia, sempre più deciso, crescente. Su e giù, avanti e indietro. I suoi gemiti diventavano sempre più forti, languidi.

Io pompavo, pompavo, pompavo. Sìììì! Volevo pompare, volevo tutto il suo cazzo dentro. Avrei voluto avere una figa in quel momento, volevo provare il piacere di sentirmi penetrato, volevo sentire la sborra che esplodeva e si liberava dentro di me.

Pompavo e serravo le labbra. Volevo farmi sborrare in bocca, volevo godere di ogni goccia. Mi piaceva il sapore dello sperma. Fino ad allora avevo assaggiato solo il mio. Ora volevo il suo. Volevo quello di tutti.

L’orgasmo e il dopo

Sentii che stava arrivando. Lui mi avvertì con un gemito più lungo, quasi un sospiro di liberazione. Io mi preparai. Arrivò a ondate: prima un getto leggero, poi uno più denso. Capii che non dovevo fermarmi, perché era il momento della sborrata più importante. Accelerai il ritmo, strinsi le labbra e le guance, aspirando e succhiando come se avessi in bocca una canna. Mmm, che canna!

La succhiata funzionò. Un’enorme sborrata mi invase la bocca. Era meravigliosa: calda, densa, cremosa.

La volevo tutta. La assaporai, la gustai.

A un tratto sentii un conato di vomito. No, non dovevo. Dovevo resistere. La volevo tutta. Non riuscii a trattenermi del tutto: per un attimo la bocca si aprì e un po’ di sperma colò sul suo cazzo.

Ero stremato. Il senso di vomito passò. Con calma ingoiai tutto quello che avevo in bocca. Poi leccai con cura ciò che colava lungo il pene. Il suo cazzo, dopo l’orgasmo, si stava sgonfiando. Lo coprii di baci e sorrisi. Soddisfatto, vittorioso. Avevo ottenuto quello che volevo. Glielo rimisi negli slip con delicatezza.

Rimasi lì, in ginocchio ai piedi del divano. Passarono minuti di silenzio imbarazzato. Poi lui si alzò e se ne andò senza dire una parola.

Forse mi avrebbe odiato. Forse non mi avrebbe più voluto come amico. Eppure sapevo che gli era piaciuto, che aveva goduto davvero.

Prima che uscisse dalla stanza gli dissi, con coraggio, orgoglio e senza ipocrisia: «È stato meraviglioso».

Non rispose. Sarebbe tornato?

Ora ero solo. Rimasi così, buttato a terra, il cazzo ancora in mano. Il pavimento improvvisamente mi sembrò gelido. Avevo freddo. Continuai la mia sega per qualche istante, poi mi rimisi l’uccello dentro i boxer e i jeans. Mi piaceva impregnare gli indumenti, sentire quel bagnato addosso. Tirai fuori la mano e leccai tutto lo sperma tra le dita.

Mi infilai sotto le coperte. Sentivo ancora tutti gli odori addosso, riassaporavo tutto ciò che era rimasto sulla lingua.

Ero solo, nel mio letto. Mi raggomitolai, mi coprii fin sopra i capelli.

Scese una lacrima.