Matrimonio di Convenienza: La Nostra Storia Gay e Lesbo
Alcuni anni fa, appena laureato, trovai lavoro presso una compagnia specializzata in installazioni industriali, con progetti principalmente nei paesi del Medio Oriente. Dopo qualche mese trascorso negli uffici di Genova, venni inviato come responsabile dei lavori in un punto sperduto del deserto, dove l’azienda stava realizzando un grande impianto di stoccaggio del greggio.
Il sito si trovava vicino a un piccolo paese e ospitava circa quaranta tecnici della compagnia oltre alle maestranze locali. Non essendoci più posti disponibili negli alloggi aziendali, fui sistemato in un alberghetto piuttosto squallido del posto. Le attività procedevano a rilento, così mi immersi completamente nel lavoro per non pensare alla situazione.
Dopo qualche settimana, non sopportando più quell’ambiente fetido, mi lamentai con un tecnico anziano. Lui scosse la testa con aria sconsolata. «Siamo veramente al completo» mi disse. «Non c’è modo di sistemarti altrove. Però…» aggiunse dopo un attimo di esitazione, «potresti provare con la signorina Amaldi dell’amministrazione.»
«Provare in che senso?» chiesi incuriosito.
«Nel senso che l’azienda le ha affittato una casetta perché è l’unica donna presente. Ci sarebbe posto, ma…»
«Ma…?»
«La signorina Amaldi è un po’ strana. Cioè, è educata e molto competente, però non dà molta confidenza. Sta sempre per conto suo.»
«Prova a parlargliene con delicatezza» concluse in tono dubbioso.
L’incontro con Giulia
La signorina Amaldi era facile da individuare in quell’universo interamente maschile. Durante la mensa feci in modo di sedermi vicino a lei e attaccai discorso. Fu abbastanza cordiale. Si chiamava Giulia ed era lì da sei mesi.
Qualche giorno dopo le chiesi se poteva ospitarmi. Lei posò le posate nel piatto e mi guardò dritto negli occhi. «Senti Marco, tu sei un ragazzo simpatico e diverso dagli altri che lavorano qui, ma quello che mi chiedi mi crea parecchi problemi.»
«Non capisco…»
«Non so perché, ma qualcosa mi dice che posso fidarmi di te.»
«Certo che puoi.»
«Ecco… io sono omosessuale. Capisci da sola che avere un uomo in casa non è proprio il massimo per me.»
Scoppiai a ridere.
«Che c’è da ridere?» si offese. «Credo di averti giudicato male.»
«No, scusami. È che… anch’io sono gay.»
«Accidenti…» Adesso rideva anche lei. «Se è così, si può fare. La casa è grande e non ci daremo fastidio.»
Convivenza e confidenze
Trasferii le mie cose da lei e ci organizzammo gli spazi. La casa era ben attrezzata e notai con soddisfazione che c’era un videoregistratore.
Una sera le chiesi: «Com’è la situazione qui per noi poveri gay?»
«Terribile. Non si può fare praticamente niente. I locali sono sorvegliati strettamente dalla polizia e anche in cantiere, per evitare problemi con le autorità, vige un clima da inquisizione.»
«Peccato… Pensavo che in un posto pieno di soli uomini sarebbe stato più facile…»
Mi lanciò un sorriso ironico. «Immagino cosa avevi pensato. Tutti uomini, il fascino dell’Oriente. Scordatelo: se ti beccano sono trenta frustate e la compagnia ti licenzia.»
«A stecchetto completo?» Ero molto deluso.
«Proprio a stecchetto no. Ogni tre mesi c’è una breve licenza a Djerba. Lì ci sono grandi alberghi e un giro di prostituzione. La polizia chiude un occhio e per un paio di giorni ci si può sfogare.»
Le raccontai quello che i colleghi dicevano di lei.
«Lo immagino» rispose. «Ma devo comportarmi così, altrimenti ci proverebbero tutti.»
«Però con me sei stata cordiale fin dall’inizio.»
«Sì, è vero. Sentivo una certa affinità. Ora sappiamo perché. E poi, un po’ per la solitudine che pesa e un po’ perché non hai proprio l’aspetto del macho, ho capito che potevo fidarmi.»
Aveva ragione. Non avevo l’aria del macho: ero piuttosto magro, quasi senza barba e con lineamenti delicati. Anche Giulia non aveva il fisico da pin-up: capelli corti, fisico asciutto, seno appena accennato e spalle più larghe della media.
«Bene» conclusi. «Prepariamoci a un lungo periodo di castità. Fortuna che almeno c’è il videoregistratore.»
«Qualcosa mi dice che hai fatto incetta di cassette porno. Sei stato più previdente di me. Come hai fatto a farle passare alla dogana?»
«Ho un piccolo doppiofondo in una sacca. Sai, loro cercano soprattutto liquori.»
Ci scambiammo la buonanotte e ci ritirammo nelle nostre camere.
La prima sera sul divano
Qualche sera dopo, non riuscendo a dormire per il caldo e per un’erezione insistente, decisi di guardarmi una cassetta. Andai in sala, tolsi l’audio e feci partire il nastro.
Era ovviamente una cassetta gay, piena di ragazzi che si succhiavano e sodomizzavano con passione.
Ero nudo sul divano, con l’uccello in mano, quando sentii la voce di Giulia alle mie spalle.
«Si festeggia, eh?» Il suo tono era più divertito che sorpreso.
«Scusami…» Ero imbarazzato a farmi trovare così.
«Scusami tu. Non dormivo e quando ho visto la luce del televisore ho immaginato che stessi guardando le tue cassette. Mi sono incuriosita. Posso vederne un pezzo anch’io?»
«Certo. Vuoi che la rimandi indietro?»
«No, non credo ci sia nulla di diverso da quello che si vede adesso.»
Annuii. Ero un po’ imbarazzato: non avevo mai condiviso le mie emozioni sessuali con una donna. Eppure con Giulia si era creata una confidenza e una complicità che, pur non desiderandola sessualmente, non mi dispiaceva.
«Sono queste le cose che fate fra maschietti?»
«Sì, in genere è questo.»
«Noi femminucce invece abbiamo più fantasia» disse con tono scherzoso.
Guardammo il film per circa mezz’ora, poi lei mi disse: «Puoi pure riprendere quello che stavi facendo, a me non dà nessun fastidio. Anzi, non ti spiace se anch’io…»
«Sì, certo. Nessun problema.»
Aveva indosso solo una maglietta e gli slip. Si accomodò meglio sul divano e, scostato il bordo degli slip, iniziò a masturbarsi con energia. Io, dopo un primo momento di esitazione, distolsi lo sguardo da lei e mi occupai del mio uccello.
Quando finimmo ci guardammo sorridendo, un po’ imbarazzati.
«Sono talmente in astinenza che anche immagini lontane dal mio mondo riescono a eccitarmi» mi confidò.
«Ti capisco, l’astinenza forzata è una brutta bestia. La prossima volta che vado all’aeroporto cercherò qualcosa di più adatto a te.»
«Questo si chiama essere gentili. Ti va una sigaretta?» Mi passò il suo pacchetto di Gaulois. Fumammo in silenzio, poi tornammo a dormire.
Il viaggio all’aeroporto e il regalo
Qualche giorno dopo arrivò un carico di materiale all’aeroporto più vicino e io feci di tutto per far parte della squadra che sarebbe andata a ritirarlo. Il viaggio in camion fu un tormento, ma l’idea di passare qualche ora in un posto civile mi allettava.
Dopo aver sbrigato le formalità, cercai una scusa per allontanarmi dai colleghi, ma anche loro erano lì per lo stesso motivo. Ci dirigemmo insieme verso il duty free. Erano esperti e mi portarono in un negozio che nel retro vendeva video e riviste porno. Scelsi un paio di riviste lesbo e l’unico video disponibile. La cosa non destò sospetti e ripartimmo maledicendo la rigidità dei costumi locali.
Quella sera diedi a Giulia il materiale acquistato. Lei, tutta contenta, mi ringraziò e si ritirò in camera sua.
La sera successiva, rientrando dalla mensa, mi confessò: «Sai, mi manca tanto una giovane fighetta da leccare.»
«E a me il culetto di un giovinetto da sodomizzare» risposi scherzando.
Arrivati a casa andò in camera e tornò con la cassetta che le avevo regalato.
«Ce la guardiamo?»
«Ok.»
Il contenuto era fedele al titolo: giovani ragazze che si leccavano tra le gambe e si penetravano con falli di gomma.
«C’entrerebbe uno di quei cosi nel tuo doppiofondo?» mi chiese all’improvviso.
«Sì, penso di sì. Non ne ho portato perché pensavo di trovarne qui di carne.»
«Ti piace anche prenderlo?» domandò incuriosita.
«Sì, certo. Tutte e due le cose. Ti meraviglia?»
«No, anzi ti rende molto più simpatico» e mi sorrise.
La visione della cassetta aveva eccitato Giulia oltre ogni limite. «Ho il clitoride che mi scoppia, fra un po’ sarà grosso come il tuo uccello» disse esasperata.
«Se così fosse avrei una proposta da farti» scherzai.
«Non farti illusioni, purtroppo è solo un modo di dire. È un piccolo cazzetto ma non supera mai la lunghezza di un’unghia.»
«Un po’ poco per i miei scopi» feci finta di essere deluso.
«Povero Marco» si avvicinò e mi accarezzò i capelli. «Se avessi il clitoride lungo come il tuo uccello ti sodomizzerei tutte le sere.»
«Sei una vera amica.»
«Però se ti piace posso farti accarezzare il mio culetto. Non è quello di un ragazzo, ma con un po’ di fantasia…»
Un po’ scherzando e un po’ sul serio le infilai la mano sotto la maglietta e le accarezzai il sedere.
«Morbido e liscio come quello di un giovane fanciullo.»
«Che tocco gentile.» Le mie carezze la stavano eccitando ulteriormente.
«Senti» disse «se vuoi puoi approfittarne… del mio culetto.»
Rimasi sorpreso dalla sua offerta. Non ero mai stato con una donna, ma ero talmente arrapato e sentire il suo culetto sotto la mano mi aveva fatto venire voglia.
«Sì» risposi «mi piacerebbe approfittarne.»
«Allora aspetta un attimo.» Andò in camera e tornò dopo pochi minuti. Si era infilata un giubbotto di pelle sopra la maglietta. Mentre si inginocchiava davanti al divano, dopo essersi tolta le mutande, mi disse: «Fai attenzione però, non l’ho mai fatto. Cerca di non farmi male.»
La rassicurai ricordandole la mia lunga esperienza.
Effettivamente, in ginocchio con quel giubbotto, sembrava proprio un ragazzo. Glielo dissi e ne fu contenta.
«Allora che aspetti?»
Mi inginocchiai dietro di lei, aprii le natiche e iniziai a leccarle la rosetta scura. I suoi muscoli erano tesi, ma a colpi di lingua riuscii a rilassarli. La lubrificai per bene e appoggiai la punta del mio uccello. Si irrigidì di colpo. Le accarezzai la schiena e le diedi dei colpetti leggeri sulla natica.
Pian piano si rilassò e iniziai a penetrarla dolcemente, fermandomi ogni volta che la sentivo irrigidirsi. Alla fine le fui dentro. Le lasciai riprendere fiato, poi, vincendo la tentazione di colpi possenti, iniziai a muovermi lentamente.
Cominciò a mugolare e io accelerai il ritmo. Si portò la mano tra le gambe e venimmo entrambi.
«Mi piace la sodomia» disse a mezza voce, accasciandosi ai piedi del divano.
«Allora benvenuta nel mondo dei sodomiti.» La baciai sulla fronte.
«Passami un fazzoletto per favore.» La vidi asciugarsi l’interno delle cosce.
«Sono fra le poche donne che al momento dell’orgasmo eiaculano come i maschietti» disse rispondendo al mio sguardo interrogativo.
«Sei decisamente piena di sorprese.» Si limitò a sorridermi.
«Devi ricambiarmi il favore.»
«Certo» risposi. «Quel che è giusto è giusto.»
Il gioco del travestimento
La sera successiva passammo il tempo a sfogliare le riviste porno, mie e sue. A un certo punto Giulia mi chiese: «Ti sei mai truccato?»
«Truccato in che senso?»
«Truccato da donna. Rossetto, rimmel ecc.»
«Sì, ma non spesso.»
«Posso truccarti io? Ti va?»
«Sì, facciamolo.»
Mi portò in camera sua e mi fece sedere davanti allo specchio. Mi depilò leggermente le sopracciglia, mi truccò gli occhi, mi mise lo smalto e il rossetto.
Quando mi guardai allo specchio avevo un aspetto molto femminile.
«Sei proprio bella» disse stampandomi un bacio sulle labbra.
«Vuoi che mi vesta anche da donna?» chiesi.
«Saresti un amore.»
Mi spogliai. Mi osservò con cura. «Bene, peli non ne hai. Per il seno possiamo fare ben poco.»
Poi mi passò un paio di collant a rete. «Mettili senza slip.» Obbedii. Mi guardai allo specchio: se non fosse stato per l’uccello che, con quel giochetto, si stava inturgidendo, non avrei avuto nulla da invidiare a una donna.
Infine mi diede un leggero vestito nero che infilai con piacere.
«Sì, sei proprio una gran figa.»
«Che ne diresti se questa gran figa ti leccasse quel piccolo cazzetto?»
«Direi che siamo fatte l’una per l’altra.»
Si sfilò le mutande e si sedette al bordo del letto con le gambe aperte.
Mi inginocchiai e poggiai la lingua sulla sua figa. Non sapevo esattamente cosa fare. Poi sentii sotto la punta della lingua una protuberanza dura e dai mugolii di Giulia capii di aver trovato il punto giusto.
Non potevo succhiarlo, era troppo piccolo, così mi limitai a leccarlo con la punta della lingua. Non dovetti aspettare molto per ricevere in faccia uno schizzo caldo che mi ricordò le eiaculazioni dei miei amanti.
Gloria si accasciò sul letto attirandomi a sé. Mi leccò la faccia e mi baciò sulle labbra. Non ero affatto dispiaciuto. Poi scese tra le mie gambe e, senza togliermi i collant, cominciò a leccarmi la parte sensibile dell’uccello portandomi all’orgasmo.
Le nostre serate passavano così: a volte lei si travestiva da ragazzo, a volte io mi vestivo da donna.
La licenza a Djerba
Finalmente arrivò il nostro turno di riposo a Djerba. Eravamo eccitatissimi. Sull’aereo Giulia pianificò ogni cosa. Avrebbe telefonato lei al suo contatto per procurarmi i ragazzi e avrebbe trovato anche la stanza dove portarli. In albergo neanche parlarne.
Scendemmo in albergo. «Aspettami qui. Quando ho organizzato tutto ti telefono e mi raggiungi in taxi.»
Aspettai alcune ore, poi arrivò la telefonata. Feci chiamare un taxi e raggiunsi il posto indicato. Era uno squallido alberghetto. Giulia mi aspettava nella hall. «Ho organizzato tutto» mi disse. «Per i soldi ho fatto io, poi dividiamo. I ragazzi ci aspettano su. Ho preso una stanza sola per tutti e due, ti dispiace?»
«Assolutamente no, sei un angelo.» La baciai sulla guancia.
Salimmo le scale con il cuore in gola. Nella stanza ci aspettavano due ragazzi sui vent’anni. Mi avvicinai al mio e scoprii con piacere che parlava inglese.
Lo spogliai lentamente. Era esattamente come immaginavo dovessero essere i ragazzi orientali. Gli presi in bocca l’uccello e sentii con piacere che si irrigidiva. Non gli diedi il tempo di venire: lo girai e lo sodomizzai con infinito piacere.
Accasciato sul letto vidi Giulia, dall’altro lato della stanza, intenta in un forsennato sessantanove con la sua amante.
Fu poi la volta del mio ragazzo che, con l’uccello ancora in erezione, mi sodomizzò.
Mentre venivo per la seconda volta scorsi Giulia con la coda dell’occhio che mi osservava incuriosita.
Andammo avanti ancora per un paio d’ore, poi i nostri amanti se ne andarono e Giulia venne a sdraiarsi sul letto vicino a me.
«Sei soddisfatto?» mi chiese.
«Sì» risposi «soddisfatto e distrutto. Possiamo dormire qui?»
«No, non è il caso. Abbiamo affittato la stanza solo per un paio d’ore.»
Ci vestimmo in fretta e, chiamato un taxi dalla hall, tornammo in albergo.
«Che ne diresti di organizzare un incontro un po’ più numeroso per domani?»
«Cosa hai in mente?»
«Almeno un paio di ragazzi per me» rise divertita.
«Sei assatanata. Vedrò quello che si può fare.»
Ci scambiammo la buonanotte e andammo a dormire.
La sera dopo prendemmo di nuovo il taxi e tornammo al solito albergo. Il padrone ci consegnò la chiave senza dire una parola.
Dentro la stanza c’erano due ragazze e due ragazzi già nudi che ci aspettavano sui rispettivi letti. Ci scambiammo uno sguardo di intesa, chiudemmo la porta a chiave, ci spogliammo e demmo inizio a una vera e propria orgia.
Poi la vacanza purtroppo finì.
Sull’aereo che ci riportava al campo, Giulia mi confidò: «Sei un compagno di viaggi fantastico.» Le strinsi il braccio con affetto. Poi continuammo a confidarci i nostri progetti.
«Perché fai questo lavoro?» le chiesi.
«Per i soldi. Perché sennò?»
«Sì, ma è una vitaccia.»
«È vero, però fra qualche anno avrò abbastanza soldi da mettere su un’attività tutta mia.»
«È anche la mia idea» risposi.
«Potremmo diventare soci» propose.
«Perché no. Ci penseremo.»
Ritorno alla routine e nuove sorprese
Tornammo al campo e riprendemmo la solita vita.
Passata la sbornia di sesso fatta a Djerba, una sera ci ritrovammo sul divano, arrapati a ricordare i nostri giovani amanti. A un certo punto Giulia si alzò e, promettendomi una sorpresa, andò in camera sua.
Tornò poco dopo nuda, con il giubbotto di pelle e, infilato fra le gambe, un fallo di plastica che non aveva niente da invidiare al mio.
Ero senza parole. Fu lei a spogliarmi e, dopo averlo lubrificato con la lingua, mi sodomizzò con grande piacere di entrambi.
I mesi passarono e si avvicinò il momento della scadenza dell’incarico.
«Chissà dove ci manderanno» disse una sera sconsolata.
«Dispiace molto anche a me lasciarti» risposi.
«Eravamo una bella coppia. Insolita, ma stavamo bene insieme.»
«Non è possibile chiedere la stessa destinazione?» domandai.
«No. Solo le coppie sposate possono avere la stessa destinazione.» Ci guardammo ed avemmo la stessa idea nello stesso momento.
«Sposiamoci» dicemmo tutti e due insieme. E così fu.
Quindici anni dopo
Sono passati quindici anni da allora. Siamo ancora sposati, anche se non lavoriamo più per la compagnia. Ora abbiamo una nostra azienda e gli affari vanno a gonfie vele.
Anche le cose tra noi vanno benissimo. Abbiamo i nostri amanti, ma spesso facciamo sesso insieme, proprio come quando lavoravamo in Oriente.