l ritiro in Engadina – Marchi di possesso
L’arrivo
Ho iniziato l’atletica a undici anni. Settimana scorsa, quasi sei anni dopo, ho lasciato la squadra per sempre.
L’allenatore possiede una baita spaziosa in Bregaglia, vicino al Lago di Segl, nei Grigioni. Per sfuggire all’afa milanese aveva deciso di portarci tutti lì per una settimana di allenamento intensivo.
Il nostro bussino ha arrancato sulle strade tortuose della Valchiavenna e poi della Val Bregaglia. Quando finalmente abbiamo superato il Passo del Maloja, davanti a noi si è spalancata la vallata dell’Engadina: laghi scintillanti, boschi di larici, pareti di granito che sembravano scolpite da un gigante.
«Andre!» esclamai sorpreso, appena scesi, con i piedi finalmente saldi a terra.
Andrea mi venne incontro dalla veranda della baita. Si era infortunato un braccio poche settimane prima, durante un allenamento di salto in lungo.
«Che ci fai qui?»
«Avresti preferito che non ci fossi?» rispose con una smorfia finta-offesa.
«No, anzi… è che non pensavo…»
«L’allenatore è passato a prendermi in macchina. Mi farò una vacanza guardandovi sudare al sole.»
«Ragazzi, muovetevi!» gridò Riccardo, l’allenatore, sbucando dalla porta. «Si mangia.»
La tavolata
Una lunga tavola imbandita ci aspettava: formaggi d’alpe, pane nero di segale, verdure cotte. Ci sedemmo tutti. Io mi misi vicino a Nicolò, uno dei miei migliori amici in squadra. Aveva un anno meno di me, ma sembrava più grande, più solido. Era sempre stato come un fratello maggiore.
Mi avventai sui peperoni ripieni mentre chiacchieravamo. Arrivò il dolce, una torta di castagne tipica della zona. Ma la vescica mi stava esplodendo, così mi scusai e corsi in bagno.
Chiusi la porta dietro di me – senza chiave – e aprii la patta. Non feci in tempo a iniziare che bussarono.
«Giò, posso entrare? Mi sono macchiato.» Era Andrea.
«Entra.»
Andò al lavandino. Io finalmente pisciai, sospirando di sollievo. Quando finii e richiusi la patta, mi voltai… e me lo ritrovai a pochi centimetri.
Il bacio rubato
«Stai bene, Andre?»
Per risposta mi baciò. Per la sorpresa lo spinsi via, facendolo quasi cadere.
«Scusami, non volevo…» balbettai.
«No, colpa mia.» Distolse lo sguardo, imbarazzato.
Silenzio pesante.
«Da quando mi hai detto che sei gay… è iniziato a crescermi dentro il desiderio di averti.»
«Io… non me l’aspettavo. Sei un amico fantastico, carinissimo, ma… non ricambio.»
«Tranquillo, è colpa mia. Meglio tornare, ci aspettano.»
Tornammo a tavola. Qualcuno fece battute: «Che pisciata epica!», «O forse vi siete divertiti insieme…». Io sorrisi imbarazzato a Nicolò. L’allenatore ci fissava con sospetto.
Improvvisamente Andrea si alzò. «Scusate, ho bisogno d’aria.» Uscì di corsa.
Mi sentivo in colpa. Mi alzai anch’io e lo seguii.
La confessione e il rifiuto
Andrea camminava veloce sulla sterrata. Lo chiamai. Si fermò, gli occhi lucidi di lacrime.
«Lasciami in pace.»
«Mi dispiace…»
«Non mi era mai successo. Mai. È colpa tua.»
«Andrea…»
«Piantala di dire il mio nome. Vattene!» gridò, e sparì lungo la strada.
Tornai indietro. Nicolò era appoggiato a un palo della veranda, sguardo perso nel cielo.
«Gli piaci?» chiese piano. Anche lui sapeva.
«Già.»
«E io ti piaccio.» Non era una domanda.
Arrossii. Era vero. Nicolò mi era sempre piaciuto.
«Con me ci staresti?»
Risi nervoso. «Ma non hai la ragazza?»
Scrollò le spalle. «Vieni.» Si diresse verso il bosco.
Nel bosco
Mi seguì con quella voce autoritaria che non ammetteva repliche. Ci inoltrammo tra gli alberi. Si fermò, si voltò.
«Ti ho sempre protetto. Sei il mio protetto. Non ti lascio a nessun altro.»
Si aprì la zip. Il suo cazzo era già mezzo duro. Lo avevo sbirciato mille volte sotto le docce dopo allenamento.
«Posso succhiartelo?» chiesi, la voce tremante.
«Fammi godere.»
Mi inginocchiai sul muschio morbido. Le sue palle erano pesanti, sode. Le leccai, le succhiai. Salii lungo l’asta spessa. Lui mi guardava orgoglioso.
«Cuccialo.» Picchiò il cazzo sulla mia guancia.
Lo presi in bocca. Lui gemette, mi bloccò la testa, affondò fino in fondo. I peli mi solleticavano il naso, le palle contro il mento. Quasi soffocavo.
Poi si fermò, rise. «No… voglio marchiarti. Girati.»
Il bosco era silenzioso, immerso nel torpore del mezzogiorno. Mi abbassai i pantaloni, mi piegai su una roccia. Lui mi massaggiò le chiappe, diede schiaffi.
«Bel culetto. Meglio di quello della mia ragazza.»
Infilò un dito, poi due. Gemetti. Si sputò sul cazzo e spinse dentro con un colpo secco. Gridai di dolore, poi il piacere prese il sopravvento.
Mi scopò con forza, accelerando, rallentando, estraendo e rientrando violento. «Sei mio. Solo mio.»
Grugnì e venne dentro, inondandomi. Io esplosi sulla roccia.
Si accasciò sulla mia schiena. «Tienila dentro. È il mio marchio.»
«Montami ancora…» sussurrai.
Rise. «Troietto. Ora torniamo.»
L’allenatore
Tornammo alla baita. I ragazzi erano già in piedi. Solo Riccardo era rimasto al tavolo, arrabbiato.
Mi chiamò. Nicolò sorrise e se ne andò.
«Dove eravate?»
«Passeggiata.»
«Vieni, ti faccio vedere una cosa.» Mi portò dietro la baita, a un vecchio fienile.
Aprì il portone pesante. Entrammo. Polvere, paglia, luce che filtrava dal tetto sfondato.
La porta si chiuse con un tonfo. Riccardo mi fissava.
«Così ti fai scopare dai compagni, eh?»
Balbettai. Lui girava intorno a me come un predatore.
«Ti vedo come guardi i ragazzi. Non è solo ammirazione sportiva.»
Corsi verso la porta. Chiusa. Mi prese da dietro, mi gettò sulla paglia.
«Spogliati.» Si tolse la maglietta. Muscoli scolpiti, cazzo già duro – lungo, venoso.
Mi strappò le mutande. Mi mise a quattro zampe. Infilò un dito, sentì la sborra di Nicolò e imprecò.
«Cagala fuori. CAGALA FUORI!»
Mi accucciai e la lasciai uscire. Mi sentivo sporco, traditore.
Mi schiaffeggiò. «Io sono il tuo allenatore. Ora ti faccio vedere cos’è un uomo vero.»
Mi penetrò violento, rabbioso. Ogni affondo era una punizione. Mi scopò il culo, poi la bocca, tenendomi per i capelli.
Venne in gola, denso, infinito. Mi lasciò lì, nudo sulla paglia.
«Stasera faccio il bis.»
Uscì senza voltarsi. Io rimasi solo, marchiato due volte, perso tra i monti dell’Engadina.