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La Villa

64
8 ore fa
Immagine La Villa

La strada sterrata che saliva verso la villa era piena di buche e pietre sporgenti. Procedevo lentamente, attento a non graffiare la berlina aziendale. Non sono mai stato legato alle macchine, preferisco la bici, ma Massimo – il mio socio – le considera quasi membri della famiglia. Un graffio e avrebbe fatto una scenata.

Quando intravidi il tetto tra gli alberi parcheggiai sul bordo del bosco. La villa era davvero bella, nonostante l’abbandono evidente. Mentre mi avvicinavo sentii una voce familiare.

«Sapevo che saresti venuto.»

Mi voltai. Cristiano e Luciano, due dei nostri operai più fidati, erano appoggiati a un furgone.

«Ragazzi… non pensavo foste ancora qui.»

«Dentro è molto peggio di quanto sembri da fuori» disse Cristiano con il suo solito tono piatto, quasi ostile anche quando non lo era. «Ho pensato che avresti avuto bisogno di una mano.» Poi si rivolse al collega: «Luciano, torna pure in magazzino. Rimango io.»

Luciano annuì e salì sul furgone senza una parola.

«Sei venuto con l’auto aziendale?» chiese Cristiano, squadrandomi.

«Sì, l’ho lasciata poco più in giù.»

Ci incamminammo verso l’ingresso. Appena aperta la porta, l’odore di umido e muffa mi colpì. Le crepe nei muri, le macchie nere sul soffitto, i mobili accatastati come relitti: era peggio di quanto avessimo preventivato.

«Aspetta di vedere il piano di sopra» disse Cristiano facendosi largo tra poltrone sfondate e travi marce. «C’è parecchio da spostare.»

Senza di lui non avrei mai spostato certe travi pericolanti nel sottotetto. Lavorammo dal piano più alto fino alla cantina, in silenzio, coordinati.

«C’è un vecchio capanno da caccia in giardino» mi avvertì uscendo sulla veranda. «Forse si salva.»

Il “giardino” era ormai una giungla. Il capanno era inclinato, con il tetto sfondato. Mentre gli giravo intorno sentii la prima goccia.

«Sta arrivando» disse Cristiano guardando il cielo ormai nero.

In pochi secondi l’acqua cadde a secchiate. Corremmo sotto la veranda, già fradici.

Mi tolsi la giacca inzuppata e la appoggiai su un mobile. Cristiano invece si sfilò la tuta da lavoro restando in canottiera bianca. Le braccia gonfie, le spalle larghe: era impressionante.

«Non ti togli la camicia?» mi chiese.

Scossi la testa, imbarazzato. «Sto bene così.»

Mi vergognavo del mio fisico esile al confronto del suo. Lui si sedette sulla soglia, le gambe divaricate, lo sguardo perso nel giardino allagato. Io mi accomodai a qualche metro, ma i miei occhi continuavano a scivolare sui pettorali che spingevano contro il tessuto bagnato.

Quando alzai lo sguardo incontrai i suoi occhi.

«Ti piacciono gli uomini in canotta?» chiese con un mezzo sorriso.

«Cosa? No… stavo solo…»

«Rilassati. Lo sanno tutti in ditta che sei gay.» Alzò le spalle. «E ho notato come mi guardi da mesi.»

Aprii la bocca per negare, ma non uscì niente.

«Non devi preoccuparti» continuò con lo stesso tono calmo. «Sono un uomo. Ho i miei bisogni.»

Il silenzio che seguì era pesante, rotto solo dalla pioggia. Nessuno dei due distoglieva lo sguardo.

Alla fine abbassai gli occhi io.

Cristiano si alzò, si portò le mani alla patta e aprì la zip.

Non ebbi il tempo di reagire: mi afferrò per le spalle, mi girò e mi spinse in avanti. Mi ritrovai carponi sul pavimento freddo della veranda.

«Stai giù» disse soltanto.

Le sue dita grandi mi slacciarono la cintura, tirarono giù i pantaloni e i boxer in un unico gesto. L’aria fresca mi fece rabbrividire.

«Avevo ragione» mormorò. «Vincevo la scommessa.»

«Che scommessa?» chiesi voltandomi a metà.

Mi schiacciò di nuovo la testa verso il basso. «Si rideva se avevi il culo peloso o no. Dicevo io che uno che si fa inculare ha per forza un culo che attira gli uomini.»

Avrei voluto ribattere, ma non trovai le parole. Sentii uno sputo caldo scivolare tra le natiche, poi la pressione larga e insistente.

«È troppo…» mi sfuggì.

«Dillo ancora» sussurrò lui premendo più forte.

Quando entrò gridai. Un dolore acuto, bruciante. Lui rimase fermo un attimo, gli occhi chiusi, la testa leggermente reclinata all’indietro, come se stesse assaporando ogni secondo.

«Così stretto…» mormorò.

Poi iniziò a muoversi. Ritmo deciso, quasi brutale. Le mani sui miei fianchi mi tenevano fermo come una morsa. Ogni spinta mi toglieva il fiato.

Non durò a lungo. Cristiano gemette forte, si irrigidì e venne dentro di me con un ultimo affondo profondo.

Quando uscì mi sentii svuotato, indolenzito, umiliato e – maledettamente – eccitato.

Lui si sistemò i pantaloni con calma. «Dammi le chiavi. Guido io.»

Esitai. «Massimo mi uccide se…»

Allungò la mano senza ripetere. Gliele diedi.

Durante il viaggio quasi non parlò. Quando inchiodò a un incrocio pericoloso allungò il braccio davanti a me, proteggendomi il petto con il palmo aperto. Un gesto istintivo, protettivo. Strano, dopo quello che era appena successo.

Arrivati in sede mi restituì le chiavi con riluttanza.

Massimo era sulla porta. «Gli hai fatto guidare la nostra macchina?»

«Mi ero storto una caviglia» mentii. «Controlla pure: non c’è un graffio.»

Poi corsi in bagno.

Il suo seme uscì in fiotti caldi. Mi sedetti sulla tazza, tremante. Alla fine mi masturbai in fretta, con rabbia e vergogna.

Quella notte non dormii.

Il giorno dopo, in magazzino, Cristiano rimase seduto mentre gli altri si alzavano per andare a ritirare i macchinari sotto la pioggia prevista.

«Siamo in pausa» disse guardandomi dritto negli occhi.

Silenzio teso. Gli altri si bloccarono.

Massimo apparve alle mie spalle. «Avete sentito Marzio? Portate dentro tutto. Subito.»

La squadra obbedì all’istante, Cristiano incluso.

Più tardi Massimo mi prese da parte. «Avete scopato.»

«Non è una domanda, vero?»

«No. E sei un idiota. Non si scopa con i sottoposti.»

«Proprio tu…»

«Io scopo la tecnica. Tu ti fai scopare dall’operaio. È diverso. Lui adesso sa di poterti mettere in riga. E lo sta già facendo.»

Non seppi cosa rispondere.

Nei giorni successivi Cristiano cominciò a contraddirmi apertamente davanti alla squadra, a interrompermi, a ridicolizzare le mie indicazioni tecniche. La squadra rideva. Io arrossivo.

Una sera lo cercai nello spogliatoio.

«Cristiano, dobbiamo parlare. In privato.»

Lui continuò a spogliarsi. «Parla.»

«Fuori.»

Mi afferrò per un braccio e mi trascinò in uno sgabuzzino.

«Non puoi parlarmi così davanti agli altri» sibilò.

«Sono io il capo.»

Mi guardò dall’alto in basso. «Non prendo ordini da uno a cui gliel’ho messo in culo.»

Quelle parole mi tolsero il fiato.

Pochi secondi dopo ero in ginocchio. Lui in piedi. Il suo sesso duro davanti al mio viso.

«Guardalo.»

Lo guardai.

«Ora hai capito chi comanda davvero?»

Non risposi. Mi prese la testa tra le mani e mi usò la bocca. Quando venne mi ordinò di mandare giù. Poi, senza preavviso, urinò. Lentamente, controllando che ingoiassi.

Quando finì mi accarezzò i capelli con una strana dolcezza.

«Adesso lo sai. Fuori dal lavoro sono io che comando.»

Uscì da lì con le labbra gonfie e il sapore di lui ovunque.

Passarono settimane di tensione, piccoli scontri, umiliazioni mascherate da battute. Fino al giorno in cui, esasperato, gli tirai un pugno in faccia davanti a tutti.

Ci rotolammo a terra come due adolescenti. Massimo ci separò e ci chiuse in una stanza.

«Risolvetevela da uomini, o da persone civili. Scegliete voi.»

Restammo in silenzio per un pezzo.

«Mi dispiace per il pugno» dissi alla fine.

Cristiano abbassò lo sguardo. «Anch’io ho esagerato. Ma… è stata la prima volta che ho sentito di avere potere su qualcuno. Su di te. Mi ha dato alla testa.»

«Lo capisco. Però non puoi mancarmi di rispetto davanti a tutti.»

«Ed è facile per te prendere ordini da uno che poco prima ti ha usato la bocca?»

Restammo in silenzio.

«Forse l’inversione è proprio ciò che ci eccita» dissi piano.

Lui annuì. «Al lavoro resti tu il capo. Fuori… cambio di prospettiva.»

Mi baciò. Fu il primo bacio vero. Aggressivo, possessivo.

Pochi minuti dopo ero sdraiato su un tavolo, le gambe sollevate, lui dentro di me. Mi scopò con forza, guardandomi sempre dall’alto. Quando venne mi marchiò le natiche con schizzi caldi.

Uscimmo dalla stanza accolti da un applauso ironico della squadra.

Cristiano alzò la voce sopra le risate: «Sì, è il capo. Ma è anche il mio compagno. Quindi volate bassi.»

Quelle parole mi scaldarono più di quanto avrei voluto ammettere.

Massimo mi si avvicinò. «Avete trovato un equilibrio, eh? Però la prossima volta chiudete la porta a chiave. E fatti una doccia. Puzzi di maschio.»

Guardai i pantaloni macchiati sul retro e arrossii.

Forse non era il finale che avevo immaginato.
Ma era il nostro.