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Il fratello del mio compagno: il patto del silenzio con l’arabo dominante che mi ha sfondato

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8 ore fa

Ho sempre avuto un feticismo malato per gli uomini arabi. Quel colore di pelle bruciata dal sole, i corpi coperti di peli ispidi e quell’odore intimo, muschiato e pesante, che sembra trasudare direttamente dai pori. Vivo con il mio compagno siriano da anni, ma suo fratello è un’altra cosa. È più asciutto, la pelle ancora più scura, lo sguardo aggressivo che ti entra dentro. Viene a trovarci due volte a settimana e ogni volta che gli passo vicino sento una scarica elettrica. Cerco di nascondermi dietro lo schermo del computer, ma il mio corpo lo chiama in silenzio.

Il pomeriggio da soli

Quel pomeriggio eravamo soli in casa. Su Netflix passava una scena gay: ho provato a fare il superiore, commentando quanto fosse effeminato quel ragazzo. Lui non ha battuto ciglio. «Ognuno fa quello che vuole», ha risposto senza staccare gli occhi dalla TV. Ho notato la sua mano che si grattava i coglioni sopra i jeans, il tessuto che si tendeva sotto la spinta di un’erezione improvvisa. Il cuore mi è salito in gola. «Scene pericolose queste», ho sussurrato. Lui si è girato lentamente: «Sarei curioso di vedere te e mio fratello a letto».

Mi è mancato il fiato. Pensavo volesse denunciarmi alla famiglia, distruggerci. Invece si è alzato, emanando quell’odore di uomo che non si lava da due giorni: sudore acido, tabacco, maschio puro. Mi ha fatto girare la testa. «Ho rovistato nel tuo comodino, Alex. Ho visto tutto. E quando eri in bagno ho trovato il tuo account Twitter “Alex_Berlin_89” sul tuo cellulare. Sei una troia».

Il ricatto e la sottomissione

Mi ha spinto sul divano con una forza che mi ha lasciato senza fiato. «Se fai quello che dico, resterà un segreto. Ma non fare il finto tonto». Mi ha ordinato di spogliarmi. Ho esitato e mi è arrivata una sberla secca sulla guancia: non fortissima, ma carica di autorità. Mi sono messo nudo, tremando. Lui mi ha tirato tra le sue braccia come se fossi un bambino, stringendomi in posizione fetale contro il suo petto nudo e peloso. «Succhiami il capezzolo», ha ordinato con voce gutturale. La pelle era calda, leggermente appiccicosa di sudore. Mentre succhiavo quel bocciolo scuro circondato dai peli, sentivo il profumo selvaggio del suo petto, un odore di maschio dominante che mi ha fatto dimenticare che fosse il fratello del mio compagno.

Mentre ero perso in quel contatto, ha spinto un dito con decisione verso il mio buco. Ho stretto i muscoli per lo shock e mi è arrivata un’altra sberla sulla faccia già calda. «Muto. E continua a succhiare». Si è leccato il dito con un rumore umido e lo ha affondato dentro di me. Sentivo le sue unghie graffiarmi leggermente le pareti interne; il dolore mi ha fatto colare il cazzo all’istante. Mi usava con una prepotenza che mi faceva sentire una nullità, eppure godevo da morire.

La penetrazione brutale

«Alzati». Si è calato i pantaloni e sono rimasto senza parole. Il suo cazzo era enorme, di una tonalità quasi nera, carico di vene pulsanti. Mi ha afferrato per la vita e mi ha piegato a pecora con uno strattone. È entrato di colpo, senza saliva, senza pietà. Il dolore della sua cappella a fungo che mi spalancava le viscere mi ha fatto vedere le stelle. A ogni spinta sentivo l’odore del suo cazzo sudato e sporco, un aroma di sesso stagionato che mi entrava nei polmoni a ogni respiro affannato.

Mi sfondava con colpi secchi, entrando e uscendo completamente per poi colpirmi di nuovo. Volevo che finisse perché il dolore era atroce, ma allo stesso tempo volevo che non smettesse mai. Sono venuto sul pavimento senza nemmeno toccarmi, scosso dai brividi. Lui si è staccato, mi ha girato con la forza e, dopo aver pulito il cazzo fracido sulla sua canottiera sudata, me lo ha schiaffato in bocca.

La sborrata e il patto

Era così largo che mi faceva male alle mascelle. Sentivo il suo cazzo vibrare, poi ha iniziato a pompare. Uno, due, tre schizzi densi e grumosi mi hanno colpito la gola. Urlava, svuotandosi completamente mentre mi teneva la testa bloccata per i capelli. Quando si è staccato, stavo per sputare quel seme amaro e denso, ma lui mi ha tappato la bocca con la mano che sapeva di sudore e pelle. «Ingoia, o ti arriva un’altra sberla, troia».

Ho ingoiato tutto in due sorsi, sentendo quella consistenza quasi solida scivolare giù. Era molto più amaro di quello di suo fratello. «Quale è più buono?» mi ha sfidato. «Il tuo», ho risposto con un filo di voce. Mi ha dato un buffetto sprezzante sulla faccia: «Sei proprio una cagna. Ora fila a lavarti prima che torni lui».