La Notte in Cui Ho Inculato una Trans e Ho Bevuto la Sua Sborra per la Prima Volta
Un sabato sera decisi di ubriacarmi. La mia ragazza, dopo quattro anni insieme, aveva scelto di andare a letto con alcuni dei miei amici… proprio quelli che frequentavano di più casa nostra. Mi ritrovai solo e amareggiato.
Avevo appena parcheggiato nel vicolo dietro al mio locale quando sentii delle grida. Due idioti stavano molestando una ragazza. Urlai loro di smetterla, ma quelli vennero verso di me ridendo. Non sono uno sprovveduto: mi alleno da anni nella lotta da strada. In pochi istanti li misi a terra, guadagnandomi solo qualche graffio.
La ragazza era spaventata. Le dissi che era meglio andar via da lì. Se si fidava, potevo accompagnarla in macchina. Accettò, grata.
In auto chiacchierammo e scoprii una sorpresa: era bellissima – alta, magra, forme perfette, vestita in modo provocante – ma non era una donna cis. Era trans. Non avevo pregiudizi, eppure rimasi senza parole.
Non faceva il mestiere: lavorava come bar lady in un locale notturno. Parlammo a lungo, entrambi avevamo bisogno di sfogarci. Invece di riportarla subito a casa, finimmo a ballare. Ci divertimmo, ascoltammo buona musica e, verso l’alba, la riaccompagnai.
– Se sei stanco puoi dormire da me, non c’è problema – mi disse con naturalezza. Accettai: le birre e la stanchezza rendevano l’idea molto allettante.
Mi svegliai nel primo pomeriggio. Francesca (questo era il suo nome) era già in piedi, stupenda anche in t-shirt e pantaloncini. Mi portò il caffè e mi ringraziò ancora per la sera prima. Ci scambiammo i numeri e me ne andai, convinto di non rivederla più.
Ero ancora distrutto per il tradimento. Mi sentivo un cornuto, tradito proprio dagli amici più stretti. Evitavo tutti, mi vergognavo. Così, quando qualche giorno dopo Francesca mi scrisse “Ti va di bere qualcosa stasera?”, risposi subito di sì.
Cenammo con del cibo d’asporto e una bottiglia di bianco frizzante. Parlammo tantissimo, anche del mondo trans. Capii cose che non avevo mai considerato: per molti di loro essere donna non è una scelta estetica, è una necessità profonda. La maggior parte sogna una vita normale, casalinga, ordinata. Tante sono bravissime in cucina, hanno buon gusto, senso artistico…
Incominciammo a frequentarci come amici. Lei era piacevole, bellissima, intelligente. Eppure faticavo a provare desiderio: il suo pene mi bloccava, anche se ormai quasi non ci pensavo più quando la guardavo.
Poi arrivò lo sfratto. Francesca non esitò:
– Che problema c’è? Casa mia è grande. Vieni a stare da me per un po’.
Accettai, ma solo a patto di dividere le spese. Fu la convivenza più serena che avessi mai avuto. Lei adorava occuparsi della casa, mi trattava con una dolcezza quasi retrò: mi portava le pantofole, preparava da mangiare, stirava…
– Fra’, non sono il padrone di casa! – le dicevo ridendo.
– Lo so, cretino – rispondeva lei. – Ma per me è una gioia prendermi cura di un uomo vero, dolce, affettuoso… la maggior parte ci tratta da schifo appena capisce chi siamo.
Col tempo cominciai a notare sempre di più la sua sensualità: la biancheria raffinata, i completini provocanti che “casualmente” mostrava girando per casa. Iniziai a eccitarmi guardandola, anche se cercavo di nasconderlo.
Una sera rientrai distrutto. Mi offrii un massaggio con i gomiti. Accettai volentieri: avevo bisogno di contatto fisico. Indossava una maglietta di cachemire senza reggiseno e dei boxer da donna. Le sue mani erano forti e dolci insieme. Quando mi chiese di girarmi, il mio cazzo era già duro.
Lei lo vide, ma non disse nulla. Le carezze diventarono più intime. Poi scese e mi baciò. Fu un bacio dolcissimo che fece esplodere il desiderio represso da mesi.
Ci spogliammo in fretta. Le succhiai i seni perfetti mentre lei mi masturbava con sapienza. Poi si fermò:
– Prima voglio sentirti tutto dentro di me…
Si mise a pecora, spostò il perizoma e mi offrì il culo. La leccai a lungo, poi glielo infilai tutto fino in fondo. Gemette, ma spinse indietro per averne ancora. La scopai con forza, tenendola per i fianchi. Era stretta, calda, arrendevole.
Prima che venissi si sfilò, si girò e iniziò a succhiarmelo con una fame incredibile: lingua sulle palle, sul glande, fino in gola. Poi tornò a cavalcioni, stavolta di fronte, guardandomi negli occhi mentre si muoveva lenta e profonda.
Mi chiese se poteva togliersi le mutandine. Ormai non avevo più remore. Sotto c’era un cazzo bellissimo, già mezzo duro. Invece di spegnermi, mi eccitò ancora di più.
Si masturbò mentre continuava a scoparsi sul mio pene. Quando capii che stava per venire le dissi:
– Vieni pure… voglio sentirti.
Si tirò su quel tanto che bastava per lasciarmi solo la punta dentro e venne copiosamente, schizzandomi sul petto, sul collo, persino in faccia e in bocca. Il sapore era forte, nuovo, stranamente eccitante.
Dopo il suo orgasmo riprese a muoversi su di me, lenta e metodica, finché non venni anch’io, scaricandole tutto dentro.
Ci baciammo a lungo, colmi di tenerezza.
Da quella sera diventammo amanti. Lei mi spiegò molte cose: amava venire prima perché dopo si sentiva completamente femmina, solo oggetto del mio piacere, senza più pulsioni “maschili”.
Passarono settimane bellissime. Eppure dentro di me restava un ultimo blocco: non avevo mai toccato il suo cazzo, lo evitavo. Ne parlammo. Lei non voleva forzarmi, ma desiderava un’intimità senza barriere.
Una sera d’estate, in spiaggia dopo la discoteca, la presi per mano e la portai vicino al mare. Le alzai la minigonna, le infilai la mano nelle mutandine e finalmente glielo presi in mano. Lei trattenne il respiro.
Poi mi inginocchiai. Lo baciai piano, lo leccai dallo scroto fino alla punta. Infine lo presi in bocca. Era caldo, spesso, vivo. Lo succhiai con calma, sentendola tremare di piacere.
Venne in fretta, riempiendomi la bocca di sperma caldo e abbondante. Stavolta fui io a non ritrarmi.
Dopo mi ringraziò scopandomi di nuovo il culo sulla barca lì vicino, ma ormai i ruoli si erano mescolati del tutto. Ero entrato completamente nel suo mondo.
E non volevo più uscirne.