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Lei ed io veniamo insieme

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11 ore fa
Immagine Lei ed io veniamo insieme

Cari amici, ricevo da una mia amiche che si è da poco affacciata nel mondo della bisessualità, quasi per caso... e ne ha goduto questo racconto che amerebbe condividere con lettori e lettrici che hanno la giusta sensibilità per capire... vi prego di commentare. Vorrei capire se anche il genere lesbo può essere gradito tra le storie più eccitanti e "perverse". Grazie a tutti, Giovanna

Da qualche tempo, per pura curiosità – che poi è diventata voglia vera e propria – mi capita di sfogliare siti di racconti erotici. Ne ho letti decine: alcuni discreti, tanti mediocri, la maggior parte dimenticabili. Solo cinque o sei mi hanno davvero colpita. Alla fine ho deciso di provare anch’io. Mi chiamo Arianna, ho quasi diciannove anni, sono alta uno e settantacinque, occhi blu, capelli castano scuro, terza misura di seno, vita stretta e fianchi generosi. È la prima volta che scrivo qualcosa di così personale e reale, quindi spero che le lettrici – soprattutto loro – mi diano un parere sincero.

Tutto è successo due anni fa, quando ne avevo sedici e frequentavo ancora il liceo. Era giugno, un pomeriggio afoso. I miei erano in vacanza, quindi la casa era vuota. Insieme a Elisabetta decidemmo di uscire in bicicletta. Volevamo prendere il sole, ma non lasciarla incustodita mi preoccupava un po’. Alla fine optammo per i prati del Circo Massimo. Elisabetta arrivò sotto casa mia dalla periferia e partimmo.

Il tragitto fu tranquillo. Portavamo le stuoie. Sdraiate al sole, chiacchierammo del più e del meno: i nostri ragazzi, gli amici del gruppo, divi del calcio, cantanti, attori. Verso le sei, abbronzate e assetate, decidemmo di rientrare. Cambiammo strada per variare. Ma dopo poche decine di metri, proprio in un incrocio caotico, il copertone posteriore della bici di Elisabetta scoppiò.

L'incidente e il gioco d'acqua

Tra clacson e insulti degli automobilisti attraversammo di corsa l’incrocio. Legammo la bici a un palo: l’avremmo recuperata il giorno dopo. Ci dissetammo a una fontanella vicina. Mentre stavo per risalire in sella, Elisabetta mi lanciò una busta piena d’acqua, inzuppandomi completamente.

Non mi dispiacque, ma non volevo dargliela vinta. Riempii la busta e gliela tirai a mia volta. Pareggio: io bagnata dietro, lei davanti. Tolti i top dei costumi, le magliette aderivano come seconda pelle. Decidemmo che avrei pedalato io ed Elisabetta si sarebbe seduta sul manubrio. Ci saremmo alternate per non stancarci troppo.

Dopo l’Isola Tiberina ricominciò a scherzare. Il traffico mi innervosiva, gli sfottò degli automobilisti pure. Le dissi di smetterla: eravamo in due su una bici, la strada sconnessa, pericolo costante. Ma lei: «Non riesco a stare ferma. Mi diverte provocarti… mi piace da morire».

La minacciai di uno schiaffo. Mi sfidò. Poco dopo Ponte Garibaldi mi tappò gli occhi. Per poco non finimmo contro un’auto parcheggiata. Era il momento di vendicarmi.

Per tenermi in equilibrio le posai una mano sulla spalla e cominciai a darle fastidio: occhi, capelli, bocca, braccia. Lei resisteva, teneva la strada. Non ci stavo. Le pizzicai i capezzoli, li tirai forte. Urlò, sbandammo e cademmo sul marciapiede. Si sbucciò un ginocchio.

Piangeva. La consolai: con acqua fresca pulii la ferita, legai il mio fazzoletto stretto per fermare il sangue. La strinsi a me, le diedi un bacio sulla guancia. Smise di piangere all’istante.

Lo sguardo che cambia tutto

Nuovo cambio: io pedalavo, lei sul manubrio. Facevo uno sforzo enorme. Dopo Ponte Sisto notai qualcosa di diverso nei suoi occhi. I capezzoli turgidi premevano contro la stoffa bagnata. Il suo sguardo era lucido, intenso, non di pianto. Ci fissammo per secondi eterni. Al semaforo accostai e mi scusai ancora per il ginocchio.

«Non è colpa tua» rispose. «È mia. Ti giuro che non ce l’ho con te».

Ma continuava a fissarmi. Al semaforo successivo mi baciò. Non sulla guancia: sulle labbra. Rimasi senza fiato. Una sensazione strana, elettrizzante. Era la mia prima volta con una ragazza. Restammo in silenzio qualche minuto, ma i nostri sguardi non si staccavano più.

Stanca, proposi di deviare verso Villa Borghese. La salita la facemmo a piedi. Elisabetta mi prese la mano – gesto che aveva fatto mille volte – ma stavolta lo sentii diverso. Arrivammo a una fontanella, bevemmo. Controllai la ferita: ok. Eravamo esauste. Mi sdraiai sull’erba a occhi chiusi. Lei rimase seduta.

E poi arrivò il secondo bacio. Lungo, profondo. La sua lingua cercò la mia. Non mi opposi. Mi salì a cavalcioni, incurante del rischio. Ci nascondevamo a metà dietro un cespuglio. Le sue mani mi accarezzavano il seno. Il desiderio cresceva. Voci in lontananza: due mamme con bambini. Ci separammo di scatto, ci ricomponevamo in fretta.

Rimontammo in bici. Pedalai come una forsennata: in venti minuti eravamo a casa mia.

La notte che non dimenticherò mai

Elisabetta chiamò casa sua. Raccontò gli imprevisti, disse che avrebbe dormito da me per il ginocchio e per non lasciarmi sola. Ma entrambe sapevamo il vero motivo: volevamo continuare.

Mentre era al telefono, preparai disinfettante, cerotti, garze. Lei si tolse la maglietta bagnata per farla asciugare. La osservai incantata: corpo slanciato, capelli biondi lunghissimi, gambe infinite, sedere sodo e perfetto, short bianchi aderenti come pelle. Seni alti, capezzoli scuri e prominenti. Pelle liscia, abbronzata, contrasto erotico con l’ebano dei capezzoli. Ero ipnotizzata. Non era la prima volta che ammiravo un corpo femminile, ma ora era diverso: la desideravo.

Finita la chiamata si sedette sul tavolo della cucina. Io in ginocchio le medicai meglio la ferita. Poi mi prese il viso tra le mani, mi fissò negli occhi e mi attirò a sé. Le labbra si incontrarono, bramose. Le lingue danzarono. Le sue mani sul mio seno, prima sopra la maglietta, poi sotto. Io feci lo stesso: afferrai il suo, lo accarezzai con dolcezza, poi con urgenza. I capezzoli duri mi trasmettevano scariche di piacere.

Scivolai con la lingua sui suoi capezzoli. Lei tremava. La sua mano scese nei miei shorts: bottone, zip, lycra. Li abbassò insieme al costume. Allargai le gambe. Mi strinse, capezzolo contro capezzolo, ventre contro ventre. Fuoco.

Mi prese per mano e mi portò in camera mia. Ci buttammo sul letto. Io a cosce aperte, lei calma e autoritaria: «Ti piace, vero, porcellina? Mentre mi spoglio, masturbati. Voglio vederti impazzire di desiderio».

«Sì… non resisto più. Ti voglio».

«Dimostramelo. In ginocchio, mani dietro la schiena. Toglimi shorts e costume solo con i denti».

Eccitata obbedii. Avvicinai il viso ai suoi shorts, inspirai il suo odore intenso. Lei mi spinse la testa contro. Con i denti afferrai i bordi, tirai. Serrò le cosce per rendere difficile il compito. Quando arrivai al costume presi anche qualche pelo pubico. Urlò. Vendetta.

Mi spinse sul letto e mi leccò ovunque: viso, occhi, labbra, seni, ventre… fino alla fica. Poi 69. Le sue leccate erano precise, sapienti. Sapeva esattamente dove colpire. Venni in pochissimi minuti, un orgasmo travolgente. Bevve tutto.

Mi baciò con la bocca ancora piena dei miei umori. Poi si mise a cavalcioni sul mio viso. Leccai come meglio potevo, ispirandomi a film e riviste. Si strusciava, si pizzicava i capezzoli, gemeva. Quando venne mi inondò. Bevvi ogni goccia.

Doccia insieme, carezze sotto l’acqua. Esauste ma ancora eccitate. Accendemmo la tv: erano le sette di sera. Nude, apparecchiammo, cucinai qualcosa. Le mandai a comprare una candela rossa. Tornò con dieci. Indossava la mia maglietta e i miei hot pants, senza nulla sotto. «Voglio i tuoi odori addosso».

Mangiammo fissandoci negli occhi. Poi tv in salotto. Verso le dieci ci preparammo per la discoteca. Le prestai un tailleur. Taxi per un locale vicino Piazza Euclide. Fummo molto corteggiate, ma rifiutammo tutto. Volevamo solo noi due.

In ascensore Elisabetta iniziò a spogliarsi. Appena entrate in casa buttammo tutto per terra e corremmo in camera dei miei genitori. Notte selvaggia. Mi penetrò con le candele davanti e dietro, mi morse ovunque, lasciò lividi. Dita: una, due, quattro. Una furia animale. «Peccato non essere a casa mia… ti avrei fatto provare i miei giocattoli».

Ci addormentammo abbracciate. Il mattino dopo colazione, sole in terrazza. Non parlammo esplicitamente, per discrezione. Facemmo spesa: comprò montagne di zucchine e carote. A pranzo ne infilò due nella sua fica. Le tenne dentro tutto il tempo. Dopo il caffè: «Dolce in fondo…». Le mangiai direttamente da lei, solo con bocca e lingua.

Quella notte usò un salame lungo trenta centimetri. Ci scopammo a vicenda. Poi lo divorammo insieme, intriso dei suoi umori. Le zucchine seguirono lo stesso destino.

Fu l’inizio di due anni di incontri appassionati, senza mai lasciare i nostri ragazzi. Anni dopo, in vacanza in Sardegna con loro, ubriache, ci ritrovammo a slinguazzarci durante uno scambio di partner. Il giorno dopo demmo la colpa all’alcol. Restò il nostro segreto.

Ancora oggi ripenso a Elisabetta con affetto speciale: è stata la prima. Ho conosciuto altre donne, ma lei resta unica. Se qualche ragazza vuole scrivermi, lo faccia pure. Rispondo sempre. Gli uomini: grazie, ma no.