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L'ispettore lo prende in culo

31
12 ore fa
Immagine L'ispettore lo prende in culo

Prima dell'incrocio rallento l'andatura, scrutando attentamente la strada. Nessuno alle mie spalle, nessuno in senso opposto. Perfetto. Svolto nella stradina secondaria e copro i due chilometri che mi separano dal bivio per la cascina. Supero l'ingresso senza decelerare, ma lancio un'occhiata rapida verso l'edificio, distante una cinquantina di metri.

Una finestra è illuminata da una luce fioca. L'ispettore Merlini è ancora sveglio, probabilmente davanti alla televisione. È quasi l'una di notte, ma con questo caldo infernale dormire è un'impresa.

Avrei preferito trovarlo già a letto, ma non è un ostacolo insormontabile. Ho tutto l'occorrente per entrare in silenzio e il cane è neutralizzato. Il suono del televisore coprirà i miei movimenti.

Parcheggio duecento metri più avanti, in uno spiazzo da cui parte una sterrata verso una fattoria abbandonata. Posiziono l'auto dietro un albero, fuori dalla visuale della strada. Spengo le luci, abbasso leggermente il finestrino e stacco il contatto.

Il buio cala all'istante, insieme a un silenzio profondo.

Aspetto che gli occhi si adattino all'oscurità e le orecchie al silenzio assoluto. Tutto tace, tranne il gracidio incessante delle rane. Un quarto di luna rischiara la notte limpida: non avrò problemi a raggiungere la cascina senza seguire il sentiero principale.

Controllo l'orologio: l'una e dieci. È il momento.

Mi accorgo di essere fradicio di sudore. Mi ripeto che è solo il caldo di questo luglio insopportabile, ma so bene che non è soltanto quello. Apro il cruscotto e prendo la pistola: calibro piccolo, maneggevole, non letale a meno di un colpo preciso al cuore o alla testa.

Infilo due paia di manette nella tasca sinistra.

Mi asciugo la mano sui pantaloni. Il sudore aumenta. Mi convinco che non c'è ragione di essere nervoso: ogni dettaglio è stato pianificato, non ci saranno sorprese. A preoccuparsi dovrebbe essere lui, l'ispettore Merlini. Ho la pistola. Il cane è fuori gioco.

Sono teso. Ho bisogno di urinare, ma non ora.

Scendo dall'auto, chiudo la portiera piano con la sinistra mentre nella destra stringo l'arma. Poi cambio idea e la infilo in tasca.

Faccio qualche passo fino al bordo dello spiazzo, respiro profondamente e mi avvio, lasciando indietro ogni esitazione.

Supero lo stagno: le rane continuano il loro concerto assordante, indifferenti al mio passaggio. Proseguo verso i campi.

Il sentiero costeggia un campo di granturco; le piante alte quasi quanto me mi guidano nella giusta direzione. Alla fine del campo, la cascina appare nitida. Infilo una mano in tasca e sfioro il calcio della pistola.

Mi fermo un istante a osservare. La finestra è ancora accesa, la luce bluastra dello schermo. Televisione, senza dubbio.

La vescica preme, ma resisto. Respiro a fondo e avanzo verso l'edificio.

Nessuna recinzione. È una vecchia cascina di campagna ristrutturata, non una villa moderna. Il cane era l'unica forma di sicurezza. L'ispettore Merlini lavora in Emilia su casi minori, qualche omicidio sporadico, ma non si aspetta certo una visita notturna letale. Dorme sonni tranquilli, o almeno così crede.

Accarezzo la pistola in tasca.

Stasera l'ispettore salderà un debito aperto tre anni fa, in una stazione di polizia. Quella in cui mi interrogò per il furto dai Greco. Quella stessa sera, mi stese sulla scrivania, mi abbassò i pantaloni e mi prese con violenza, fino in fondo, procurandomi un dolore lancinante.

Stasera il conto si chiude, con gli interessi accumulati.

Sorrido: mi sento più calmo.

Costeggio il retro della casa. Le finestre sono accostate, ma quella della stanza accanto all'ingresso posteriore non è bloccata.

Arrivo, infilo le dita sotto l'anta destra e tiro piano. Si apre con un lieve cigolio che mi fa sobbalzare.

Scavalco rapido e mi ritrovo nella stanza buia. Mi fermo ad ascoltare. La televisione è accesa. Una voce maschile implora pietà, qualcuno ride. Un film di serie B, tipico per lui.

Gli occhi si sono abituati: vedo la porta aperta sul corridoio. Impugno la pistola, raggiungo la soglia e passo oltre. Le voci ora sono più forti: insulti, urla, colpi sordi.

Penso che abbia scelto bene il film. Presto toccherà a lui partire per un viaggio senza ritorno.

Salgo le scale con cautela, arma in pugno. Sarebbe ridicolo cadere proprio ora.

Al primo piano, la prima porta a destra è il salotto dove guarda la tv. Il suo ultimo spettacolo.

Le urla sono cessate. Ora si sentono gemiti, colpi ritmati, altri gemiti. Qualcuno viene picchiato, qualcun altro ride.

Mi appoggio alla parete accanto alla porta, respiro a fondo e sporgo la testa. L'ispettore è sdraiato su una poltrona, di profilo, occhi fissi sullo schermo. È completamente nudo e si accarezza il membro.

Non è un film d'azione. È porno.

So dov'è l'interruttore, a sinistra della porta. Voglio che mi veda chiaramente illuminato, non solo un'ombra. E voglio vederlo bene anch'io, l'uomo che sto per punire.

Tengo la pistola puntata su di lui – ancora ignaro – e raggiungo l'interruttore con l'altra mano.

Un istante prima che io lo prema, si accorge di me e gira la testa. Nel momento in cui la luce inonda la stanza, è già in piedi e mi fissa. Ha visto l'arma e resta immobile.

Lo osservo con attenzione, come se fosse la prima volta. È uno spettacolo impressionante.

Qualcuno lo ha definito un armadio con specchiera, e non esagera. Io sono un metro e ottanta, lui mi supera di qualche centimetro. Collo taurino, spalle da rugbista, braccia possenti, gambe come colonne. Il ventre da bevitore di birra sporge leggermente, e su quel ventre svetta il cazzo più grosso che abbia mai visto – e ne ho visti parecchi. Un palo teso, con una vena prominente, cappella gonfia. Alla base, due testicoli grandi come arance, avvolti da una peluria scura che ricopre quasi tutto il corpo: torace, addome, braccia, gambe. Una foresta nera nel basso ventre. La barba folta ma corta incornicia un viso duro, naso aquilino. I lineamenti rudi si sposano perfettamente con quel fisico virile e imponente.

Lo guardo a lungo in silenzio. Un maschio magnifico. Ho la gola arida e, senza quasi accorgermene, mi ritrovo eccitato quanto lui.

Peccato che stasera qualcuno lo farà fuori. E quel qualcuno sono io, Ettore Besnaghi, piccolo ladro sempre sull'orlo del baratro, fino a quella sera di tre anni fa. Ora la mia vita è cambiata, e lui lo sa bene.

Non parla. Sa cosa lo aspetta. Dopo aver percorso il suo corpo con lo sguardo, lo fisso negli occhi. Deglutisce, ma non mostra paura. Non abbassa lo sguardo e il suo membro resta rigido, al punto che potrebbe venire senza toccarsi. Forse il video è esplosivo. O forse c'è dell'altro.

«Voltati e mettiti contro il muro.»

Mi fissa e per un attimo temo che non obbedisca, che mi si getti addosso. Anche se sono forte, quest'uomo potrebbe schiacciarmi, come fece allora in questura, quando mi immobilizzò, mi prese e mi lasciò dolorante per giorni.

Tendo il braccio con la pistola e cerco di controllare la voce.

«Muoviti, stronzo!»

Resta fermo.

Avanzo di un passo, mascella serrata.

«Avanti, pezzo di merda! Voltati e appoggia le mani al muro.»

Solo due passi ci dividono. Potrebbe reagire. Invece abbassa lo sguardo, le spalle si incurvano leggermente e si gira verso la parete.

Lo seguo. Si ferma a un passo dal muro.

«Mani dietro la schiena.»

Stavolta non resiste. So che ha ceduto. L'esecuzione può procedere.

Infilo la pistola in tasca, prendo le manette e gli do una spallata con tutta la forza. Lo proietto contro il muro. Volta la testa appena in tempo; sento la tempia sbattere.

Gli blocco il polso destro, poi tiro l'altro braccio e chiudo anche la seconda manetta. Nessuna resistenza. Ha accettato.

Ora è fatta.

Resta appoggiato al muro, gambe piegate. Quando mi allontano, si raddrizza. Sul muro c'è una traccia di sangue dalla fronte.

«Voltati, stronzo!»

Si gira. La ferita è superficiale, un rivolo di sangue sulla guancia. Il membro resta duro.

Le urla dal televisore ora mi irritano. Vado alla poltrona, prendo il telecomando e spengo. Mi volto a guardarlo un'ultima volta prima del finale.

È un maschio superbo. Con le braccia legate dietro, il torace appare ancora più possente. Mi piace anche la sua pancia ampia e soda.

Prendo la sua birra: lattina fresca, ancora piena. La bevo tutta d'un fiato, guardandolo. È una sensazione deliziosa.

Mi fissa in silenzio. Sa che comando io.

«Vai in camera. Muoviti.»

China la testa e cammina. Lo seguo.

La camera è accanto. Finestra aperta, luce lunare sul grande letto.

«Sdraiati a pancia in giù.»

Obbedisce, esibendo il suo gran culo.

È diventato docile. Un bravo ragazzo che presto riceverà il suo premio.

Accendo la lampada sul comodino. Voglio vederlo bene.

Due natiche grandi e muscolose, coperte da una peluria nera fitta che si dirada salendo. Sotto, lungo le cosce, una foresta lussureggiante.

Poso la pistola ai piedi del letto e mi spoglio nudo. Sono prontissimo, i testicoli dolgono dal desiderio.

Allargo le sue gambe. Nessuna resistenza.

Raccolgo l'arma e mi inginocchio sul letto. Appoggio la canna nel solco tra le natiche e la faccio scorrere lentamente. Sento il suo corpo irrigidirsi. Quando arriva all'apertura pelosa, ride piano.

Poso di nuovo la pistola. Passo un dito lungo l'incavo fino al buco. Stasera, prima della canna, l'ispettore scoprirà cosa significa essere preso.

L'idea di sverginarlo mi eccita ancora di più. Amo i culi giovani e stretti, ma questo – ampio, peloso, carnoso – è speciale.

Affondo le mani nelle natiche, accarezzo senza dolcezza, stringo forte la carne, scivolo sul pelo folto. Accosto il viso: odore intenso di sudore, più marcato nel solco, con note più intime.

Mordo d'istinto. Denti nelle carni morbide. Un morso, poi un altro. Il suo sussulto mi eccita. Mordendo ancora.

Freme, ma tace. Ha scelto il silenzio. L'esecuzione sarà muta, almeno per lui. Io invece parlerò.

«Bene, ispettore dei miei coglioni, ora ti prendi un bel cazzo, prima della pistola.»

Inumidisco due dita con la saliva e le passo tra le natiche. Penetro appena. L'apertura resiste, non è abituata.

Ancora saliva. Niente di più. Deve sentire ogni centimetro, deve soffrire. Perdere la verginità a quarant'anni non è uno scherzo.

Inumidisco la punta del mio membro. Sfioro appena: sono troppo eccitato, rischierei di venire.

Appoggio la cappella. Spingo piano. La carne oppone resistenza. Forzo con decisione: il corpo si tende, ma è tardi. Con un altro affondo entro. Solleva la testa, poi la lascia ricadere. Nessun urlo, nessun gemito.

È caldo, stretto. Mi muovo piano, assaporando. Entro ed esco lentamente, spingendo sempre più a fondo fino a premere i testicoli contro di lui.

Mi sdraio su di lui, muovendomi con calma. Sento le sue mani legate contro il mio addome, strette a pugno.

Quando lo sento rilassarsi, spingo violento: due, tre, quattro affondi profondi. Si tende di nuovo, pugni chiusi, testa sollevata, ma resta muto.

Rimango fermo dentro. Non voglio venire subito. Stringo le natiche con forza, affondo le dita nella carne, poi accarezzo piano il pelo.

Mordo la spalla, lasciando un segno rosso. Poi il collo: scuote la testa, ma tengo la presa come un cane.

Riprendo a spingere: lento, poi deciso, sempre più forte. Sento la tensione tornare.

Improvvisamente esco, poi rientro con un affondo brutale. Finalmente un gemito. Il lamento mi esalta: non resisto più. Colpi potenti, sempre più profondi. L'orgasmo sale irrefrenabile. Il getto esplode dentro di lui, lo riempio mentre continuo a spingere, svuotandomi completamente.

Quando riprendo fiato, esco. C'è sangue sulla mia asta e gocce sul lenzuolo. Sorrido: era davvero vergine.

Mi alzo. Lo guardo abbandonato sul letto.

«Alzati, figlio di puttana. Secondo atto.»

Si alza con una smorfia di dolore: il culo sanguina ancora un po'. Ma incassa bene.

«Al termosifone.»

Si posiziona di schiena. Gli passo un paio di manette e blocco il polso sinistro alla manopola. Libero l'altro polso, poi tiro le manette verso l'estremità opposta. È costretto a girarsi: ora è crocifisso al termosifone, faccia a me.

Il vecchio radiatore è largo, basso: il corpo resta arcuato.

«Siediti, pezzo di merda.»

Esegue. Schiena contro il metallo, braccia divaricate e alzate. Posizione scomoda, ma pazienza.

Lo lascio lì. Scendo in cucina, apro il frigo, prendo una birra gelida e la bevo d'un fiato. Il caldo è opprimente anche di notte.

Ne prendo un'altra e la sorseggio piano, appoggiato al tavolo. Casa bella, mobili rustici autentici.

Finisco la birra e torno su. Non mi occupo subito di lui. Che soffra ancora un po'.

Vado in salotto, riaccendo la tv e riavvolgo la cassetta. Un macho notturno aggredito da una banda: lo picchiano, lo denudano, lo violentano a turno.

Chissà dove l'ha trovata. Non è porno comune.

Mi è tornato duro, ma non solo per il video.

Spengo e torno in camera.

È lì, come l'ho lasciato. Posizione scomoda, ma il peggio deve ancora arrivare.

Prendo la pistola, mi avvicino e gliela punto tra gli occhi, alla base del naso. La tempia sanguina ancora un po'.

«Apri la bocca, pezzo di merda!»

Resta immobile. So che cederà.

Gli mollo un calcio nello stomaco. Apre la bocca per il fiato mozzato.

Gli infilo il membro senza riguardi, pistola puntata. Spingo fino quasi a soffocarlo, poi ritiro. Continuo così: non voglio un pompino, voglio fottergli la bocca.

Mi piace: umidità, calore della gola, lingua, denti che sfregano. Spingo deciso, premendo la testa contro il termosifone. Non resiste.

Poso la pistola dietro la sua testa. Non serve più. Spingo forte. A tratti sembra vomitare, ma controlla quando ritiro.

Sto per venire. Rallento. Spingo, ritiro, poi esplodo: il getto gli inonda la bocca. Cola un filo sulla barba.

Non finisco qui. Tengo il membro dentro mentre si calma. Poi arriva il momento.

Gli afferro i capelli, stringo forte. Il getto di urina esce violento. Beve a lungo, poi tossisce, diventa rosso, il piscio cola sul mento, sul petto. Gli do un attimo, piscio in faccia, poi finisco dentro.

Lo lascio. Peli della barba restano tra le mie dita. Sorrido e li scosto.

Estraggo. Ha faccia, barba e torace zuppi.

Mi guarda: stanchezza e consapevolezza negli occhi.

Prendo la pistola, la poso a terra.

Mi inginocchio, gli sollevo le gambe pesanti sulle mie spalle. Le nostre facce sono vicine.

Scorro di nuovo la canna nel solco. La appoggio all'apertura. Il corpo trema.

Stuzzico con la punta.

Lo guardo negli occhi, poi fisso il suo membro maestoso, ancora teso, con una goccia in cima.

«È il tuo turno, figlio di puttana.»

Premi il grilletto: una, due, tre volte. Un gemito. Dal suo cazzo parte un getto potentissimo, mentre il corpo freme in un orgasmo interminabile. Lo sperma si mescola al piscio sul torace, arriva alla barba.

Continuo con gli scatti a vuoto, coperti dal suo urlo di piacere estremo, fino a lasciarlo svuotato.

Solo ora mi chino e lo bacio sulle labbra bagnate di piscio e sperma.

Solo ora poso le sue gambe, prendo le chiavi e lo libero.

Mentre si massaggia i polsi, mi siedo accanto a lui sul pavimento bagnato e lo guardo in silenzio, con una domanda negli occhi.

E solo ora sento la sua voce, quella che in tre anni ho sentito infinite volte, la voce del mio uomo:

«È stato bellissimo, Ettore. Il culo mi fa un male cane, ma è stato bellissimo. Era esattamente così che lo volevo. Grazie. Lo facciamo ancora, anche se non sarà più la prima volta.»