È tutto cominciato al mercato: l’incontro con il fruttarolo arabo che ha acceso la mia passione gay
Quel sabato sono andato con la mia carissima amica Elisa al mercato. Viviamo nello stesso stabile, così l’ho aspettata al portone. Il mercato era quasi deserto: la poca gente, disorientata dalla pandemia, girava senza entusiasmo tra le bancarelle alimentari. Abbiamo deciso di andarcene, ma Elisa si è fermata per comprare frutta e verdura.
Un giovane arabo si è avvicinato per servirci. La mia attenzione è stata catturata subito da lui: sguardo vivace, camminava in modo che le natiche si muovessero su e giù in modo simmetrico e ipnotico. Indossava jeans slavati con vita bassissima, che lasciavano scoperti tre quarti di uno slip falsamente targato Armani. Il movimento era visibile e apprezzabile nonostante i pantaloni.
«L’hai visto?» ho chiesto a Elisa. «Chi?» «Il fruttarolo!» «Perché, che cosa ha?» «Beh, se non hai notato niente non vale la pena parlarne». Mi ha scrutato: «Ti sei eccitato?» Ho risposto con noncuranza: «Così su due piedi no».
La sera in pizzeria
La storia sembrava finita lì. Quella sera abbiamo deciso di prendere una pizza. Arrivati, la fila era lunga. Pur essendo gli ultimi, siamo rimasti. Ho avvertito una presenza dietro di noi. Mi sono girato: era il fruttarolo. «Quando il destino vuole, niente è impossibile», ho sussurrato all’orecchio di Elisa. Lei mi ha guardato stranita: «Eh? Che significa?» «Il fruttarolo è dietro di noi». Senza discrezione, Elisa si è girata e lo ha guardato. Lui ha colto l’occasione: «Buonasera».
Elisa mi ha tolto la parola: «Ciao, sei quello di stamattina al mercato?» «Sì». «Io sono Elisa». «Chiamami Stefano, ma il nome egiziano è Moustafa». Alla fine sono stato messo all’angolo e ho già capito come sarebbe finita la serata.
La rabbia del giorno dopo
Mi sono svegliato con un gran mal di testa e una rabbia indicibile. Avrei voluto telefonare a “quella lì” e dirgliene quattro per sfogarmi. Fa sempre così, ed io mi faccio sempre fregare. Ieri sera, prese le pizze, si sono seduti su una panchina a mangiarle mentre io facevo il cavalier servente. Parlavano fitto fitto, lei con le mani sulle cosce di lui, che si arrapava come un mandrillo. Alla fine si sono alzati e lei, rivolta a me: «Ci vediamo domani, caro…». «Caro un cazzo, Elisa». Il prescelto si è girato a guardarmi, pensando fossi il marito. Quando ha capito che non ero pericoloso, mi ha messo una mano sulla spalla: «Vorrei chiederti una cortesia: tra cinque minuti arriva un mio amico, un nero alto e secco. Digli che lo chiamo domani». «Chiamalo tu ora». «Non posso, ho il telefono scarico. Ciao e grazie».
Sono rimasto lì come un pezzo di salame mentre lui correva saltellando, pronto a scaricarsi i testicoli. È mezzogiorno e sono furioso. La chiamo: «Ah ciao caro…» «Caro un cazzo, zoc…». «Non posso risponderti ora, sono occupata…». «Ancora…?» «Sì…».
L’incontro con il nero
Resto con il telefono in mano. Mi faccio una tripla razione di limoncello, poi mi vesto ed esco. Al portone c’è il nero di ieri sera che mi guarda. Lo aggredisco: «Che guardi? Che cazzo vuoi!?» «Oh… non prendertela con me se Stefano si sta scopando la tua donna. Lui è fatto così». «Chi cazzo è Stefano?» «Quello che si è fatto rimorchiare dalla tua tipa». «La tipa non è la mia donna». «Allora perché sei incazzato?» «Ma tu che cazzo vuoi sapere? Tu sei il parapalle di quello che sta con Elisa?» «Ohhh… bellezza, a me dei vostri casini non me ne frega niente, ok? Io sono già incazzato per fatti miei, anzi per le stronzate di Stefano… ho perso i soldi per aver saltato un incontro».
Lo guardo bene per capire chi sono questi due. Alla fine mi convinco: uno è uno scopatore seriale, questo fa l’escort per donne e forse anche per uomini. «Visto che ti è andata buca, che fai adesso?» «Niente». «Allora saliamo a casa mia e aspettiamo che ai due piccioncini si scarichino le batterie». «Tu e la tipa…» «Tu meno domande fai, meglio è per tutti, ok?» «Sei un tipo fumantino!» «No! Non mi piace raccontare cose a chi non conosco, ok!» Poi cominciamo a scherzare amichevolmente.
Il sesso esplosivo
«Posso andare in bagno?» Torna aggiustandosi i pantaloni. «Pensavo che mi venissi dietro». «Per vederti il cazzo?» «Guarda che è un’opera d’arte, modestamente parlando». «Non mi dire… mi sono perso in tutti questi anni il bastone di Ercole! Ma tu non hai mai visto la mia spelonca mitica come quella di Polifemo!» «E che cos’è?» «Quando hai voglia vai su internet. Se però la vuoi vedere in diretta te la mostro subito». Scoppia in una fragorosa risata. «Vai a quel paese, pensavo parlassi sul serio…» Si alza, si sbraca, infila la mano nello slip e comincia a ravanarsi. Poi se lo toglie e mostra la sua opera d’arte.
Non è una clava, ma decisamente è un gran signor cazzo. Rompo gli indugi: costi quel che costi. Mi inginocchio e rapido me lo ficco in bocca. Gli tiro giù la pelle, lui mugola di piacere. Poi mette le mani sulla mia testa e spinge: il pene mi arriva subito in gola, mi manca l’aria. Mi libero di tutto ciò che mi impaccia e parto all’assalto di quella braciolona di carne nera. Non gli do tregua: la succhio, la lecco, la ingoio, ci vomito sopra la saliva e me la spingo fino ai limiti, solleticandogli i testicoli, graffiandoli delicatamente.
Lui è stravaccato nella poltrona e se la gode. «Aiutami cazzo! Fottimi… almeno». Lascio che il turgore si allenti e me la spingo fino a farmi male. «Mi fai male… non toccarlo con i denti». «Fa male a te? E pensa quanto sto soffrendo io per farmi slargare il gargarozzo». Insisto. Finalmente allunga le mani e raggiunge i miei capezzoli, me li stringe, me li lavora con mestiere. Finalmente mi arrapo: passa. A lui piace e a me fa impazzire. Eiaculo senza toccarmi. Gli stringo le palle, le massaggio, le solletico. La mano scivola sulla peluria dei testicoli: sento che siamo pronti entrambi.
Si alza mentre io sprofondo nella poltrona, la testa mi pende dal bracciolo. Si inginocchia e mi fotte. Entro nella dimensione del piacere e mi stranio. Alla fine sento il suo liquido caldo che scende nella gola, allaga la bocca: mi sbavo. Il suo corpo, un metro e ottanta lucido di sudore, è steso sul pavimento mentre io, stravaccato nella poltrona, recupero i sensi e le forze.
Il dopo e la promessa
«Mi fanno male le palle». «Per una eiaculazione?» «Ma se mi stavi tirando fuori i coglioni». «Vieni». «Dove andiamo?» «Non ti fidi di me?» «Perché tu ti fidi di me?» «No! E per questo che ci possiamo fidare l’uno dell’altro. A proposito, io mi chiamo Leo e tu?» «Ahmid, egiziano del Sud, orgogliosamente nubiano».
Ci siamo ripresi, abbiamo mangiato e bevuto abbondantemente: io vino, lui tè. Abbiamo cazzeggiato, ma ora mi tira la voglia di rifare sesso. Voglio che sia lui a chiederlo, quindi lo coccolo, lo accarezzo fuggevolmente. Quando avevo quasi perso le speranze, va in bagno e poi si avvia direttamente in camera da letto.
Steso sul letto sembra un monumento: gambe slargate, pene adagiato tra i testicoli. Mi distendo al suo fianco, ma mi attira subito a sé. Sento il suo corpo caldo, il respiro regolare, il suo alito sulle mie labbra. Mi bacia con dolcezza ed io mi lascio andare: sono pronto. Allungo il braccio e la mano tocca il suo membro già in via di erezione. Il suo precum ha reso scivoloso il glande.
Mi giro, gli offro il mio culo non vergine ma da tempo inutilizzato. Mi allarga la natica, scopre l’ano, cerca con le dita la posizione centrale e piazza il braciolone al punto giusto. Il colpo è secco e forte: mi fa male, ma lo voglio e questo desiderio mi aiuta. Lo tira fuori, prende il lubrificante dal comodino, se ne unge bene e me lo spinge tutto dentro.
Il mio non è un grido, è un’invocazione: «Fottimi». Si muove dentro con maestria. I suoi colpi duri mi colpiscono prostata e vescica: perdo del liquido. Il piacere mi sta prendendo tutti i sensi e diventa dominante. Il lavorio sui miei capezzoli, straziandoli con arte, mi allarga i muscoli dello sfintere tanto che ora la sua braciolona si muove senza problema alcuno.
Il suo pene entra ed esce ora con rapidità, lasciandomi l’ano aperto per farmi sentire la sua mancanza, oppure con lentezza per farmi gustare la lunghezza, la larghezza, la durezza. Muove il bacino freneticamente da annientare la resistenza del mio sfintere, oppure spinge con colpi duri affondando tutto il pene e fermandosi mentre sento il suo cazzo vibrare dentro di me. Non mi dà pace: il suo petting spinto mi porta in alto nel piacere. Ma non sono solo io a godere: anche Ahmid prova un piacere altrettanto grande.
«La tua spelonca mi piace, ma ora la facciamo diventare una caverna». Mi trovo supino con due cuscini sotto le reni. Il suo ritmo diventa più duro. Il suo modo di fare sesso non è meccanico, ma partecipativo: sento che è coinvolto e ne sono attratto. Vengo e le contrazioni dell’ano lo eccitano, cosicché i suoi movimenti diventano rapidi, secchi e decisi per arrivare all’eiaculazione.
Il suo sperma mi riempie. Il suo corpo si affloscia sul mio. Il suo respiro, prima corto e rapido, ora diventa lungo e lento. Racchiudo il suo volto sudato tra le mani e lo bacio. Lui non partecipa subito, poi si lascia andare appassionatamente.
Il caffè e la telefonata
Siamo in cucina, completamente vestiti. Tutto quello che è successo sembra lontano. Beviamo un caffè. «C’è qualcosa che non va, Ahmid». «No… no…» «Cosa c’è che non va? Siamo due estranei, domani non ci ricorderemo più l’uno dell’altro. Ora possiamo dirci tutto». «Non mi piace farmi coinvolgere…» Si azzittisce. Io non oso parlare. «Tu non c’entri… sono io che mi sento coinvolto… ho visto quello che hai fatto quando sei andato di là a prendere i soldi… non li voglio… e sai perché?» Resto in silenzio. «Sai perché cazzo!! Lo sai!! Sì che lo sai!! Perché mi è piaciuto… sì, io sono gay e faccio anche sesso a pagamento, ma non è il mio mestiere. Lo faccio e mi faccio pagare… ma con te no! Non l’ho fatto per i soldi…» «Hai paura di questo? Hai paura di incontrare una persona che ti possa coinvolgere? Vieni qui vicino. Io non voglio coinvolgerti. Ora prendi il mio regalo, poi se vuoi e quando vuoi passa da me: cazzeggiamo, ridiamo, restiamo buoni conoscenti. Se vuoi fare un tour nella spelonca, se non è chiusa per restauri, sarai ben accolto e riceverai il tuo premio». «Perché può essere chiusa? Pensi che qualcuno possa slargarla di più?» «Chi lo sa…»
All’improvviso squilla il telefono: è Elisa. «Elisa… sei rimasta sola finalmente?» «Sì, quel rompicoglioni se n’è andato. Ti racconterò tutto più tardi». «No Elisa, ci rivedremo domani. Ora sono in contemplazione di una vera opera d’arte».