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Gioco perverso di Carnevale, vestito da donna lo prendo nel culo

25
6 ore fa
Immagine Gioco perverso di Carnevale, vestito da donna lo prendo nel culo

Era febbraio. Alessia, ventuno anni, era la mia ragazza; io, Adamo, ne avevo ventitré anche se ne dimostravo di meno. Convivevamo da più di due anni in un piccolo appartamento di quaranta metri quadrati a Bologna. Un pomeriggio ricevette una telefonata dai genitori: la invitavano da sola a passare tre giorni con loro perché la nonna non stava bene. La notizia non le andò giù, e a me ancora meno. A malincuore dovetti lasciarla partire: era l’unica nonna a cui teneva davvero.

Fu la prima volta che ci separavamo, anche solo per pochi giorni. Non riuscivo a capire del tutto i motivi dei suoi genitori nei miei confronti, e negli ultimi tempi la nostra relazione non era più così serena: forse ero io a essere logorato dal troppo lavoro e dallo studio. Quei giorni di Carnevale non sapevo cosa fare. Non cercai nessuno degli amici; volevo restare solo a riflettere, perché non volevo perderla.

Il coraggio di indossare i suoi vestiti

Il tempo passava lento. A un certo punto, con uno sguardo interrogativo rivolto a me stesso, decisi di mascherarmi. Valutai per un istante la voglia inconfessabile di vestirmi da donna. Fino a quel pomeriggio non avevo mai avuto il coraggio di farlo.

Mi impossessai di alcuni indumenti femminili che Alessia teneva nell’armadio: una camicia di seta nera molto attillata e una gonna blu foderata di tela rossa con lo spacco sul lato destro. Dal comodino presi un paio di collant neri decorati e una mutandina nera, poi gli stivaletti neri dal tacco alto. Per fortuna Alessia aveva le mie stesse misure. Il comportamento mi metteva in imbarazzo, eppure mi aveva sempre eccitato moltissimo, anche solo guardarla mentre si vestiva. Non ero da meno di lei: avevo un viso e un corpicino effeminati, pelle bianchissima, capelli lunghi e biondi, nessuna traccia di peli. Qualche volta Alessia mi diceva che da nudo mi scambiava per una donna.

Essendo la prima volta che indossavo le sue mutandine, il cuore mi batteva forte. Tirai le fettuccine laterali verso l’alto per renderle più sgambate e lasciai che la parte posteriore venisse risucchiata nel solco tra le mie chiappe sode. Infilai lentamente i collant neri velati, che compattavano le imperfezioni delle gambe. Il contatto della pelle con il nylon mi mandò in orbita: mio Dio, come mi piaceva, era davvero eccitante.

Mi sedetti sul letto e accavallai le gambe, godendomi a lungo la sensazione delle cosce inguainate che sfregavano l’una contro l’altra. Allungai le dita della mano sinistra lungo la cucitura della calza; quel contatto provocò in me un respiro carico di voglie irrefrenabili. Poi presi dal bagno l’occorrente per truccarmi e un po’ di ovatta per imbottire il reggiseno, che allacciai e indossai sotto la camicia di seta insieme alle scarpe. Mi rimirai davanti allo specchio con espressione languida e vidi riflessa una bella figura lussuriosa e invitante. Non ce la facevo più: non mi ero mai sentito così eccitato. Ero in estasi. Iniziai a maneggiare il mio cazzo già arrapato; per farlo abbassai i collant fino a metà coscia e mi piegai a novanta gradi, segandomi con il desiderio di essere in balia di un uomo e di essere fottuto da lui. Non pensavo di avere mai il coraggio di realizzare qualcosa di simile, e mi lasciai completamente andare alla lussuria che saliva dal basso ventre.

Alla fine coprii tutto con la gonna e una pelliccia di visone lunga fino alle ginocchia. Nient’altro. Mi riguardai più volte allo specchio. Ero bello, bello come una troia in cerca di cazzi. Non mancava niente. Racimolai tutte le forze e uscii incontro all’ignoto. Per fortuna non incontrai nessuno scendendo le scale del condominio.

Nelle strade di Bologna sotto le maschere

Corsi al garage, presi l’automobile e uscii. Le vie di Bologna erano strapiene di maschere e faceva molto freddo. Avevo paura di buscarle, o di essere riconosciuto da qualche conoscente. Ma chi se ne fregava: era Carnevale. Durante il percorso la spia della benzina cominciò a lampeggiare. Rallentai alla prima stazione di servizio. Un ragazzo extracomunitario assonnato mi chiese le chiavi del tappo. Chiusi lo sportello, abbassai il finestrino e gli porsi le chiavi. Facendo così intravidi un bel malloppo sul davanti della sua tuta. Lo guardai e gli sorrisi.

«Fa freddo questa sera», dissi. Lui non si era accorto di me. Per guadagnare tempo gli chiesi il pieno. Il cuore mi batteva: volevo semplicemente che qualcuno si accorgesse di me. Più femmina di una troia, volevo affascinare un uomo, o meglio appagare e sollazzare con attenzione un bel cazzo duro. Ma il ragazzo di colore continuava a fare benzina e da quella posizione non poteva vedermi. Tentai di scendere. Aprii lo sportello e, con un groppo in gola, uscii. Traballavo sui tacchi e sfoggiai le reggicalze nere arrivando fin sotto i suoi occhi. Lo guardai meglio: poteva avere sì e no diciotto anni. Era maledettamente bello, anche se sporco. Un odore acido di sudore e sporcizia mi invase le narici.

«Chissà perché fa tanto freddo», dissi buttandola lì. Il ragazzo continuò a guardarmi incredulo e se ne uscì soltanto con un «Boh?», aspettando che sgombrassi il campo. A quel punto mi bloccai. Tirai su la gonna, lasciai intravedere le mutandine e rimasi in attesa, guardandolo in modo intermittente negli occhi.

Non era possibile che quel ragazzo mi rifiutasse così, dandomi indifferenza e facendomi sentire ridicolo. Guardai intorno disperato e presi tutta la sfacciataggine a mia disposizione, invitandolo a toccare le mie cosce. Anche lui si guardò intorno quasi spaventato, poi sbuffando si avvicinò e con le mani meccaniche cominciò a strofinarmi le gambe, sicuramente per insozzarle, ma provocando in me un’eccitazione fortissima e in lui almeno una minima emozione. Mi alzò la gonna, toccò le cosce come se fossero la pistola della pompa, accarezzò i reggicalze come un qualsiasi straccio per pulire i vetri. Abbassò a mezza coscia i collant neri, mi calò le mutandine e cominciò a dare colpi secchi sulle chiappe. Facevano un po’ male, ma mi piacevano, e gradualmente iniziai a rispondere con profondi gemiti di piacere.

Mi fece leccare le sue dita, poi con le mani si insinuò tra le chiappe fino al buco del culo e si mise a lavorare il mio buchino per allentare le crespe dell’ano. Finalmente infilò senza pensarci un attimo il dito medio per intero e, con foga, iniziò a farlo scorrere avanti e indietro nel budello, facendomelo sentire tutto mentre affondava dentro di me.

«Ah… ah… ahhh…!» Quel lieve dolore fu estasiante e mi fece godere immediatamente come non mi era mai capitato prima. La sua mano sporca si fece più esperta; l’odore di grasso e benzina dilatò la mia eccitazione. Le dita impregnate di sporco erano un piacere intenso che mi invadeva. Lo pregai di non smettere, di ficcare altre dita, e in effetti sentii la sua rozza mano, troppo forte, allargarmi le chiappe fino quasi a spaccarmi il culo.

«Dai così, sfondami, non lo vedi in che condizioni sono? Sbattimi in mezzo alla strada, scaraventami sull’asfalto e fottimi il culo!»

Se qualcuno mi avesse visto vestito da donna mentre un ragazzo di colore mi sditalinava il culo, non avrebbe immaginato fino a che punto arrivasse la mia troiaggine. Continuavo a gemere, sempre più forte, mentre quello trattamento animalesco mi piaceva moltissimo. All’improvviso la sua lussuria sembrò esplodere.

Sull’asfalto freddo

Mi fece girare e mi spinse la testa sul cofano, sistemando il mio culo per aria nella posizione ideale. Tolse le dita e sentii puntare il suo cazzo all’imbocco del mio sfintere. Spinse con furia. Urlai per il dolore e sentii tutto il suo grosso cazzo penetrare fino alle palle nel mio culo burroso. I miei lamenti si fusero con le sue urla selvagge; poco dopo mi ritrovai a gemere come una cagna in calore, mentre assecondavo i suoi violenti affondi. Sentivo le sue grosse palle colpire le mie chiappe mentre l’intera asta mi sfondava il culo.

Subito dopo sfilò il cazzo e si sdraiò per terra. Imbarazzato vidi il suo grosso membro: a confronto del mio, che non arrivava neanche a diciotto centimetri, il suo era lungo almeno ventotto, bello largo e duro, una vera mazza. Nonostante la vergogna mi fece cenno di impalarmi su di lui. Mi sedetti sopra, allargai le chiappe pronto ad accoglierlo e, a occhi chiusi, cercai di infilare quel grande cazzo nel mio culo. Esitai un attimo, poi spinsi bruscamente verso il basso. Prima la cappella, poi centimetro dopo centimetro tutta la lunga asta, fino a ricevere tutto e subito quel cazzo turgido e duro. E finalmente era tutto dentro di me.

Le mie urla si facevano sempre più insistenti mentre andavo su e giù per facilitargli il compito. Penai molto all’inizio, ma dopo il primo momento cominciai a muovere i fianchi e a roteare il culo per adagiarmici meglio e riceverlo più profondamente. A ogni colpo godevo nel sentire il suo turgido e caldo randello nel culo. Tutto questo sembrava farlo godere infinitamente. Aumentò sempre più il ritmo. Sentivo il mio buco ormai bello largo; quando nel sali e scendi lo prendevo tutto, mi fottevo da solo, sentendo il fallo caldo pulsare nel retto.

Adesso sì che mi sentivo una donna, anzi una vera troia che si muoveva in un su e giù frenetico.

«Dimmi, troia, ci provi gusto a fotterti un negro? Dai, dimmelo, lurida bagascia! Voglio sentirtelo dire, troia bianca!»

«Ahhh… ahhh… sììì… sììììì… mi piace, mi piace, è bellissimo! Sì, rompimelo, adoro essere inculato da un cazzo nero! Sììììì, adoro sentire la tua mazza dura che mi fotte, sono tutta tua!»

Ebbi un orgasmo spaventoso.

«Ooooh… sìììì… fottimi, riempimi il culo!»

Dopo un po’ sentii il suo cazzo pulsare dentro al retto. Se lo tirò fuori, si spostò e mi ritrovai il membro sulla faccia. Con una serie di urli gorgoglianti mi scaricò tutto lo sperma. Il primo getto mi colpì in pieno viso; con una mano mi afferrò per i capelli per sistemarmi e schizzò altri tre copiosi getti direttamente nella bocca aperta.

«Fammi vedere come ingoi tutto lo sperma, troia!»

Lo feci con gusto finché non l’ebbi raccolta tutta, poi rimasi lì in ginocchio ai suoi piedi. Lo guardavo negli occhi, godendomi il suo godimento. Sentivo di aver perso il controllo: l’eccitazione mi aveva sconvolto. Lui mi fissava esterrefatto. Non disse niente. Si avvicinò lentamente, me lo sbatacchiò un po’ sul viso e poi me lo ricacciò in bocca, facendomelo succhiare. Ero impietrito, non mi mossi, e un attimo dopo, quasi senza rendermene conto, stavo freneticamente succhiandogli il cazzo mentre lui dettava il ritmo del pompino con entrambe le mani: una mi tirava per i capelli e l’altra spingeva la nuca.

«L’ho capito subito che eri un frocetto vestito da donna in cerca di cazzo. Ma non mi aspettavo che fossi così troia», disse con tono aggressivo.

Ero come in trance: non pensavo più a niente, solo a ciucciare, a leccarlo, a succhiargli le grosse palle pelose dal sapore di maschio. Finché non tornò duro. Me lo levò dalla bocca, mi passò dietro e riprese a montarmi. Lo infilò con un colpo secco e ricominciò a incularmi con furia selvaggia. Sentivo il suo grosso palo dilatarmi oltre misura il retto ormai sfondato: era una sensazione meravigliosa che mi faceva sentire una vera donna e una vera troia.

Mi sentii tirare per i capelli verso di lui; dava forti strattoni che lo facevano urlare di godimento, e io gemevo come una cagna in calore. Godetti quando sentii il suo cazzone fremere dentro di me e poi riempirmi il culo di un fiume di sborra bollente.

Il ragazzo si abbandonò sulla mia schiena esausto, senza nemmeno tirarlo fuori. Con il suo peso sulla schiena mi lasciai sdraiare sull’asfalto. Giacemmo semisvenuti uno sopra l’altro per alcuni minuti. Quando estrasse la grossa mazza sentii la sborra scorrere e colare fuori dal mio buco slabbrato.

Ci incamminammo insieme verso la toilette, sfiancati. Io ero felicissimo di quella mia prima esperienza. Mi pulii e lavai alla meglio la faccia sporca di sperma, poi mi ricomposi e pagai il pieno di benzina, anche se il ragazzo di colore mi guardava ancora eccitato.

«Ehi, troia, quando vuoi vieni a fare il pieno: ho sempre la pompa pronta per te!»

Io sorrisi. Sapevo che ci sarei tornato. Ora mi sentivo appagato come una donna completa.