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Il nio culo aperto da Justine

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15 ore fa
Immagine Il nio culo aperto da Justine

Il locale era accogliente e raffinato, ma per me contava soprattutto l’altro aspetto, quello più segreto e libertino. Si trattava di un club dove, tra un bicchiere e l’altro, si condivideva molto di più: potevi abbandonarti ai tuoi desideri più intimi direttamente nel salone comune, da solo o con uno, due o più partner, senza remore.

Era una sorta di pub che ruotava intorno a trans e travestiti. Oltre a birra, alcolici e bevande analcoliche, lì si metteva a disposizione il corpo, in particolare quello dei clienti abituali e delle star della casa. La tenutaria del locale era una transessuale di straordinaria bellezza – almeno ai miei occhi – non più giovanissima, ma ancora capace di far impazzire i suoi aficionados e habitué più fedeli.

Non era economico, lo ammetto, ma vi assicuro che ne valeva ogni centesimo. Purtroppo non si trova in Italia e oggi mi è quasi impossibile tornarci. All’epoca lavoravo lì vicino e ho potuto godermelo come pochi altri.

Appena entravi, potevi bere, fumare, sniffare e soprattutto fare sesso: un sesso glorioso, libero e senza alcun limite. La clientela era composta prevalentemente da maschi adulti consenzienti, ma non era vietato l’ingresso alle donne, anche se ne ricordo solo poche, attratte soprattutto dalla doppia penetrazione e dall’esibizionismo più spinto.

L’iniziazione al Chez Justine

Il Chez Justine è stato il luogo che mi ha svezzato sessualmente, ed è stata proprio Justine a deflorarmi, a concedermi di entrare nella sua “setta” e, soprattutto, a far sì che io appartenessi a lei.

Aveva un cazzo meraviglioso, così come tutto il suo pube, ma anche tette piene e pesanti, un culo generoso e un corpo maturo che mi attraeva irresistibilmente. Mi piaceva la sua abbondanza: il seno voluminoso, il ventre morbido e segnato dal tempo, i testicoli pesanti che pendevano in un sacchetto invitante. Erano puro nettare per la mia lingua, i miei baci appassionati e i miei succhiotti avidi. Tutto il suo corpo rappresentava per me un rifugio caldo e accogliente, mentre il suo pene incarnava la mia profonda necessità di essere invaso, dominato e riempito completamente.

Quando mi veniva in faccia o mi faceva eiaculare mentre lei guardava, io mi perdevo nella liquidità del mio stesso orgasmo, venendo a fontanella per poi rotolarmi con lei nella mistura calda dei nostri fluidi, imbrattandoci a vicenda e succhiando avidamente ogni goccia.

Il mio primo ingresso nel club

La prima volta che fui introdotto nel locale, molti giochi erano già in pieno svolgimento. Ricordo un ragazzo appoggiato al bancone che, con una mano, teneva il bicchiere mentre con l’altra masturbava il pene del suo partner trans, cercando di farlo venire proprio dentro il drink. Non capivo se volesse un whisky allo sperma o uno sperma al whisky. Poco più in là, un altro cliente completamente vestito veniva penetrato da un secondo trans, in piedi dietro di lui, nudo. Scoprii in seguito che indossava pantaloni speciali, aperti sia davanti che dietro, e lo immaginai mentre si faceva prendere così, in atteggiamento devoto, persino in una chiesa affollata, come una versione erotica di San Pietro.

Appena entrato, attirai subito le attenzioni di una splendida trav con parrucca viola e trucco vampiresco. Stavo per lasciarmi andare quando Justine emerse da un capannello di persone impegnate in conversazione animata. Mi afferrò per la cravatta e mi strappò via da quell’abbraccio, infilandomi la lingua in bocca con un bacio profondo e stregato.

Le sue mani si impadronirono immediatamente del mio sedere, stringendo i glutei con possesso. Qualcuno gridò ad alta voce: «Fattelo qui! Fattelo qui!».

«No», rispose lei decisa. «Questo me lo cucino prima da sola, di sopra, nella mia camera».

Ero venuto proprio per quello, ma era la mia prima volta. La confusione del salone comune non aveva ancora sviluppato in me alcun gusto voyeuristico. Volevo godermi la mia deflorazione con la massima concentrazione, come avevo fantasticato per tanto tempo, ma allo stesso tempo avevo paura.

«E dai», mi sussurrò con un sorriso malizioso, «non sarà mica così difficile farsi fottere il culo da un gatto con gli stivali?».

Oltre al tanga, portava un cerchietto con due orecchiette nere tra i capelli e stivali alti sopra il ginocchio. Le sue mani erano come serpenti sinuosi. Mentre io dovevo solo slacciarle il reggiseno, affondare il viso tra le sue poppe generose e leccare avidamente i suoi capezzoli, lei mi spogliava completamente, togliendomi non solo i vestiti ma anche i tabù, il perbenismo e ogni inibizione. Mise in moto una libido profonda, un sesso senza preclusioni che lasciava emergere i tentacoli di un’inversione di genere: io, il maschio con la fica; lei, la femmina con il cazzo.

Solo dopo mi costrinse in ginocchio a leccarle il sesso già turgido sopra le mutandine, abituandomi a inebriarmi del suo profumo intenso, un misto di tutti i suoi afrodisiaci aromi, fino a desiderare disperatamente di gustarne il frutto proibito.

Justine era una mulatta caraibica dotata di un cazzo e di un culo paradisiaci, soprattutto per chi, come me, amava i circoncisi.

Sdraiato sul letto, venni cavalcato in faccia dall’altalena ipnotica dei suoi attributi: cazzo, testicoli e culo che oscillavano avanti e indietro sulla mia lingua in un movimento continuo e ipnotico. Avrei potuto trascorrere un’intera vita così, perso in un’eterna polluzione di piacere cosmico.

La deflorazione

Fu lei a interrompere quell’estasi abbagliante. Aveva rimandato sadicamente la mia eiaculazione, prolungandola fino a esaurire ogni mia energia. Con la stessa crudeltà dolce, tolse il suo pene ormai completamente eretto dalla mia bocca, ancora lucido di saliva, e lo sbatté tra le mie natiche. Mi fece sollevare le gambe e si posizionò contro il mio ano, forzando piano l’accesso dello sfintere con una spinta decisa.

Saliva, crema o forse la mia stessa lubrificazione prostatica: il suo arnese favoloso entrò tutto in una sola spinta, senza dolore. Fu il delirio puro.

Iniziarono piccole oscillazioni che evocavano tutte le immagini più turpi e meravigliose di una copula tra maschi. Poi arrivò la lunga discesa nel maelstrom di una chiavata senza pause né respiro, fino alla sua sborrata calda e profonda dentro di me, in un punto che non conoscevo ancora e che mi legò per sempre al corpo e al sesso di Justine.

Le pause e i ritorni di fiamma di quel cazzo, non particolarmente grosso ma straordinariamente lungo, mi facevano urlare di piacere. Solo le sue dita infilate nella mia bocca trasformavano quelle urla in lunghi miagolii osceni e gorgoglii di totale sottomissione.

Quando il piacere diventava insopportabile, le lente oscillazioni con il cazzo affondato fino in fondo facevano esplodere onde elettriche che arrivavano fino al cervello, come scariche continue che culminavano in un orgasmo devastante.

Quando finalmente venni a fiotti, lei abbassò i seni sul mio ventre per raccogliere il mio sperma, obbligandomi poi a leccarli, succhiarli e lasciarmi imbrattare il viso.

Alla fine si masturbò con foga, fremendo e tremando, e mi rovesciò il suo sperma caldo, denso e dal sapore indimenticabile direttamente in faccia e in bocca. Mi fece succhiare anche gli ultimi residui dai testicoli, prima di sedersi sulla mia bocca per farsi leccare e penetrare profondamente con la lingua.

Tutto questo mi insegnò la prima volta.

Le serate nel salone comune

In seguito, a volte mi portava ancora nella sua camera privata, ma sempre più spesso mi prendeva nel salone comune, ancora semisvestito. Mi metteva a pecorina, o si sedeva sul bancone con il cazzo dritto come una pistola e mi faceva succhiare davanti a tutti, ordinando a qualcun altro di prendermi da dietro o di masturbarmi. Mi chiedeva di ingoiare tutto o, sollevandomi le gambe, di prenderlo nel culo e leccarlo fino a venire io stesso, facendomi poi finire dal tizio che aveva scelto lei. Una volta fu addirittura una donna a chiedere di partecipare, succhiandomi cazzo e culo.

Da quando entravo nel locale ero praticamente ai suoi ordini. Se ordinava a qualcuno di scoparmi, non potevo rifiutare. Qualsiasi suo capriccio o impulso sadico diventava legge.

A volte mi faceva sdraiare su un tappeto riservato a me. Mi cavalcava la faccia e la bocca mentre un altro trans mi penetrava il culo con le dita dei piedi, obbligandomi poi a succhiare il ditone laccato.

L’addio

Quando le annunciai che dovevo partire perché il mio lavoro lì era finito, Justine organizzò una festa speciale per la rasatura completa del mio pube. Fece arrivare un barbiere e comprò un lettino ginecologico per farlo davanti agli occhi di tutti, come segno tangibile di un possesso che non si sarebbe spento con la mia partenza.

Gli strascichi e le conseguenze di quell’intenso apprendistato sessuale ve li racconterò, forse, in un’altra puntata.