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Gli esordi di una pompinara

16
3 ore fa
Immagine Gli esordi di una pompinara

Era una mattina come tante. Mi trovavo nel cortile della scuola in attesa dell’arrivo degli altri studenti e dei professori. Per esigenze familiari arrivavo sempre molto prima dell’orario delle lezioni e a quei tempi non esisteva ancora il servizio di prescuola.

Tra la nebbia mattutina vidi arrivare un altro ragazzo. La gioia di non restare solo svanì subito: era Marco, un bullo di periferia più grande di me e per niente simpatico. Non capivo cosa ci facesse lì a quell’ora.

«Non hai freddo?» mi chiese, invitandomi a seguirlo in un locale della scuola teoricamente chiuso a chiave, ma che si apriva facilmente.

Il primo contatto

Appoggiato a un calciobalilla, Marco tirò fuori dal giubbotto un giornalino porno e cominciò a sfogliarlo. Poi abbassò i jeans e liberò il suo cazzo già semi-eretto.

Mi ordinò di avvicinarmi. Obbedii, spinto anche dalla curiosità di vedere da vicino quelle immagini patinate. Non mi aspettavo però che mi chiedesse di toccargli il pene.

Rifiutai, ma lui insistette con l’arroganza del bullo esperto finché mi ritrovai il suo membro caldo in mano. Era la prima volta che toccavo un cazzo che non fosse il mio. La sensazione era strana, intensa.

Per distrarmi fissai le pagine della rivista, ma il risultato fu l’opposto di ciò che speravo. Guardando quelle modelle bellissime alle prese con cazzi enormi, mi immedesimai in loro. Anch’io stavo dando piacere a un membro maschile estraneo, e quella consapevolezza mi provocava un’eccitazione inaspettata.

La mia mano si bagnò del suo sperma. Pensai che fosse finita lì.

Mi sbagliavo. Era solo l’inizio.

Le abitudini proibite

La sega mattutina diventò un rituale quotidiano. Nonostante cercassi di mostrarmi contrariato, in realtà quell’appuntamento segreto mi eccitava sempre di più.

Finché Marco non decise di alzare la posta.

Quel giorno, mentre lo masturbavo guardando una bionda presa a pecorina da un nero dal cazzo mastodontico, mi fece voltare di scatto e cominciò a strusciarmi il membro tra le natiche. Attraverso la stoffa leggera dei pantaloni sentivo perfettamente quel bastone duro scivolare nel solco. Continuò a masturbarsi così, ignorando le mie proteste di facciata, finché venne copiosamente, inzaccherandomi i pantaloni.

Dovetti tenere il giubbotto legato in vita per tutto il giorno per nascondere la macchia. Eppure non potevo negare a me stesso quanto quell’esperienza mi avesse eccitato.

L’indomani protestai per il danno ai pantaloni. Marco colse l’occasione al volo: per evitare macchie era meglio toglierseli. Da quel momento mi ritrovai di nuovo con il suo cazzo tra le chiappe, protetto solo dalla stoffa sottile degli slip.

Qualche giorno dopo anche quella barriera cadde. Sentii con un brivido il calore del suo membro contro la mia pelle nuda e pensai, tra terrore ed eccitazione, a quanto fossimo vicini al punto di non ritorno.

L’interruzione e la scoperta solitaria

Quella volta però non lo superammo. Marco era appena venuto sulle mie natiche nude quando sentimmo un rumore provenire dall’esterno. Si rivestì in fretta e scappò, imbattendosi nel custode. Approfittando della confusione mi rivestii velocemente, presi la rivista abbandonata e fuggii da una finestra.

Il custode, vedendo lo sperma per terra, pensò che Marco usasse quel locale per masturbarsi e rinforzò la serratura. Con la fine dell’anno scolastico le nostre sessioni si interruppero, salvo qualche sega veloce nei bagni e un ultimo incontro in cui pretese che gli dessi qualche bacio sul cazzo “per salutarlo”.

Marco aveva finito la scuola. Pensavamo fosse l’ultima volta che ci saremmo visti.

Esplorazioni notturne

Nella mia stanza, grazie alla rivista di Marco, iniziai a esplorare il mio lato più perverso. Mi piaceva immedesimarmi nelle modelle. Leccavo e succhiavo pennarelli o candele come se fossero cazzi veri, per poi infilarmeli nel retto. Godevo intensamente.

Volevo di più. Rubai dal cesto della biancheria sporca un paio di calze di mia madre, le indossai e mi guardai allo specchio mentre mi fottevo con una carota, eccitato dal riflesso di quel culo sempre più femminile.

L’incontro casuale e il primo pompino

Qualche giorno dopo, passeggiando per il quartiere, mi fermai davanti a uno dei primi negozi cinesi di abbigliamento. In un angolo della vetrina femminile notai due pacchetti: un babydoll e una catsuit. Immaginavo già come mi sarebbero stati addosso quando sentii una voce alle mie spalle.

«Allora vedo che ci hai preso gusto!»

Era Marco. Provai a negare, ma pochi minuti dopo eravamo alla cassa a pagare il babydoll rosso e ci dirigevamo verso casa sua. Entrammo in un box che usava come rifugio. Appena dentro mi obbligò a indossare il nuovo acquisto.

La carezza della stoffa sintetica sulla pelle nuda era eccitante. Anche senza parrucca né trucco, mi sentivo femmina.

«Dai puttanella, adesso succhiami il cazzo!» ordinò, rivolgendosi a me al femminile. Quella parola mi piacque più del previsto.

Sul divanetto impugnai il membro che conoscevo bene e cominciai a masturbarlo, ma lui voleva di più. Mi spinse la testa verso il basso, mi fece baciare la cappella e poi aprire la bocca.

Emozioni contrastanti mi travolsero: rabbia per la sottomissione, disgusto per l’odore di piscio e sudore, ma soprattutto un’eccitazione feroce nel trasformare in realtà tutte le mie fantasie.

La lussuria prese il sopravvento. Lo leccai e succhiai come avevo visto nelle riviste e provato con i miei giocattoli. La differenza era enorme: sentivo il calore, i battiti, il sapore salato dei liquidi prespermatici. Lo ingoiavo sempre più in profondità, abituandomi a quella presenza che mi riempiva la gola.

Nel frattempo le sue mani mi accarezzavano le cosce e le natiche lasciate scoperte dal babydoll, palpandomi e sfiorando pericolosamente il buchino vergine.

A un tratto mi diede della troia, della pompinara, e mi afferrò la testa con entrambe le mani. Spinse fino in fondo mentre il suo cazzo pulsava, riversando tre o quattro schizzi di sperma denso. Ne ingoiai una parte, il resto colò lungo l’asta.

Avevo appena fatto il mio primo pompino… ed ero venuto anch’io, senza nemmeno toccarmi.

Femmina fino in fondo

Dopo quell’episodio, persino un bullo come Marco si rese conto che la situazione era degenerata. Approfittando del suo momento di esitazione, mi rivestii rapidamente infilando i vestiti sopra la lingerie e lasciai il box senza voltarmi indietro.

Tornato a casa, mi sdraiai sul letto e ripensai a tutto ciò che era appena successo. Avevo succhiato il cazzo a un ragazzo. Certo, ero stato costretto… o almeno questo era ciò che mi ripetevo. In realtà lo avevo fatto e mi era piaciuto da morire. Sentivo ancora il sapore salato del suo sperma sulla lingua e rabbrividivo ricordando le sue dita così vicine al mio buchetto.

Cosa sarebbe successo se me le avesse spinte dentro? E se avesse deciso di incularmi sul serio? Come avrei reagito?

Soprattutto, questo significava che ero diventato gay?

No, non poteva essere. Le mie compagne mi attraevano ancora tantissimo. Allora cosa mi stava capitando?

Mi spogliai lentamente, rivelando il babydoll che indossavo ancora sotto gli abiti maschili. Dal mio cassetto segreto presi le calze che avevo rubato dal cesto della biancheria. Il nero contrastava con il rosso scuro del babydoll, ma l’effetto finale era comunque irresistibile.

Andai in bagno e, davanti allo specchio, applicai un velo di rossetto di mia madre. Poi recuperai dal cassetto delle verdure una grossa carota, più grande dei miei soliti giocattoli ma ancora più piccola del membro di Marco che avevo appena assaporato.

In ginocchio sul letto, la succhiai con passione immaginando che fosse il cazzo di un uomo sdraiato sotto di me. Poi decisi di osare. Posizionai la carota, già sporca di rossetto, contro il mio ano.

Una fitta dolorosa mi fece fermare immediatamente. Non riuscivo a infilarla. Presi allora un pennarello e cominciai a dilatarmi con quello, mentre lubrificavo abbondantemente l’ortaggio con del sapone liquido.

Quando il mio buchetto sembrò un po’ più cedevole, sostituii il pennarello con la carota. Faceva ancora male, ma lo volevo con tutto me stesso. Con una spinta decisa, sentii quel fallo arancione affondare completamente dentro di me.

Iniziai a incularmi con vigore, provando un mix di dolore e un piacere perverso, oscuro e intensissimo.

Il giorno dopo: alla ricerca di Marco

Il giorno dopo uscii di casa e mi diressi verso la zona del negozio dei cinesi. Mi nascosi poco distante e osservai il viavai di persone, ma di Marco non c’era traccia. Stavo per andarmene quando lo vidi aggirarsi all’angolo della strada, come se stesse cercando qualcuno.

«Cercavi me?» gli chiesi in tono canzonatorio.

«Allora avevo ragione, ci avevi preso gusto!» rispose lui afferrandomi per un braccio e portandomi dentro il negozio.

Ci fermammo davanti alla sezione dell’intimo femminile. Immaginavo volesse farmi scegliere qualcosa come il giorno prima, ma io rifiutai. Di fronte alla sua sorpresa, sorrisi e sollevai la maglietta per mostrargli che sotto indossavo ancora il babydoll del giorno precedente. Poi presi dallo scaffale una parrucca nera da carnevale e sussurrai: «Però non ho il portafoglio… paghi tu?».

Nella tana: dalla seduzione alla penetrazione

Ci dirigemmo verso la sua tana. Appena la serranda si chiuse dietro di noi, Marco, per ribadire la sua superiorità, mi palpò il culo con rudezza.

Io lo ignorai e aprii la confezione della parrucca. La indossai: era di plastica scadente, ma a quei tempi mi sembrava meravigliosa. La maglietta volò via, rivelando il babydoll, ma la vera sorpresa furono le calze autoreggenti sotto i pantaloni.

«Che troia che sei!» esclamò.

Per completare l’effetto, estrassi il rossetto e mi dipinsi le labbra di un rosso fuoco.

Marco mi fu subito addosso. Mi spinse sul divanetto e tirò fuori il suo cazzo già completamente eretto, puntandomelo contro la bocca.

Non mi tirai indietro. Anzi, lo afferrai per i fianchi e fui io a imporre il ritmo del pompino. Lo ingoiavo in profondità, facendolo scivolare fino in gola, per poi ritrarmi lentamente lasciando l’asta lucida di saliva. Mi fermavo per baciarlo e leccarlo con cura, scendendo fino ai testicoli.

Nel frattempo valutavo con un misto di timore e desiderio le sue dimensioni. Oggi, con maggiore esperienza, non mi sembrerebbe un cazzo enorme, ma allora mi pareva gigantesco, almeno il doppio della mia carota. Sarei stata capace di prenderlo tutto dentro?

Lo avrei scoperto molto presto.

Dopo essersi goduto il pompino per qualche minuto, Marco decise che non voleva più aspettare. Mi sfilò il cazzo dalla bocca, mi fece girare a quattro zampe e mi assestò una sculacciata violentissima.

Trattenni a stento un gemito. Non volevo concedergli troppe soddisfazioni. Ma quando sentii le sue mani scostare il perizoma e la sua cappella premere con forza contro il mio buchetto, non riuscii a trattenere un urlo di dolore lancinante. Il glande aveva superato l’anello muscolare dello sfintere e ora il suo cazzo stava affondando dentro di me, dilatando e sformando tutto al suo passaggio.

Le lacrime mi scendevano copiose lungo le guance, ma Marco non se ne curava minimamente. Continuò a spingere quel grosso bastone di carne nelle mie viscere, procurandomi la sensazione di essere squarciata da un ferro rovente, finché non sentii le sue cosce premere contro le mie natiche.

Pensavo che, avendolo tutto dentro, il peggio fosse passato. Mi sbagliavo di grosso.

Quando iniziò a estrarre il cazzo, provai la terribile sensazione di essere rovesciata come un calzino, come se le mie budella venissero tirate fuori insieme a lui. Poi affondò di nuovo con forza, strappandomi un altro urlo.

Aveva cominciato a scoparmi davvero. Ogni movimento era una fitta di dolore acuto. Piangevo e gemevo, ma a poco a poco il suo cazzo scorreva più fluidamente nel mio sfintere, che ormai aveva ceduto.

Pensai che in fondo ero stato io a volerlo. Se non fossi andato lì vestito da troia, forse si sarebbe accontentato di un pompino. Ora ero davvero una rotta in culo. Quel pensiero, invece di spaventarmi, mi provocò un brivido di eccitazione profonda.

Sì, ero diventata una troietta dal culo sfondato, proprio come Marco continuava a ripetermi mentre mi chiavava senza sosta. Nonostante il dolore non diminuisse, sentivo crescere dentro di me un piacere diverso, un piacere perverso nell’essere usata, violata, trattata come una lurida sgualdrina.

A Marco non interessavano i miei pensieri. Per lui ero solamente un buco caldo e pulsante da scopare. I vestiti femminili lo aiutavano a sentirsi meno in colpa per quello che, in fondo, era un atto completamente omosessuale.

Così, dopo qualche minuto di scopata intensa, Marco venne dentro di me, scaricando il suo sperma caldo nel mio culo dolorante.

Rimasi stesa sul divanetto. Quando portai le dita al mio buchetto, lo trovai morbido, allentato e dilatato. Da quel cratere colava una miscela di sangue e sperma.

Ero stata sfondata, rotta in culo. E nonostante il dolore intenso, non mi pentivo minimamente di quello che era appena successo.