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A scuola il bidello mi insegna a prenderlo in culo

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1 giorno fa
Immagine A scuola il bidello mi insegna a prenderlo in culo

L’incontro che ha cambiato tutto

Frequentavo la quarta superiore e avevo appena compiuto diciotto anni. Il bidello del piano delle aule, un uomo sui quarant’anni, robusto, peloso e dall’aspetto virile, aveva iniziato a notarmi in modo sempre più esplicito. Un pomeriggio, mentre andavo a comprare la merenda, mi passò accanto e mi strusciò le mani sui fianchi. Mi fece l’occhiolino, si toccò il pacco con decisione mostrando chiaramente il volume imponente che nascondeva nei pantaloni, si passò la lingua sulle labbra carnose. Diventai rosso fuoco e scappai via di corsa. Lui scoppiò a ridere alle mie spalle, una risata profonda e soddisfatta.

Il caffè nell’ufficio delle scope

Una mattina arrivai in ritardo e la professoressa mi mandò fuori dalla classe. Mi sedetti nel corridoio e lui mi vide subito. «Ciao, che hai combinato?» mi chiese con un sorriso malizioso. Gli raccontai del ritardo. «Dai, vieni che ti faccio un caffè» propose. Entrai nel suo piccolo ufficio, uno sgabuzzino tra scope e secchi con un bagno trasformato in cucinino. Preparò il caffè mentre io ero in piedi, nervoso.

Mi venne dietro all’improvviso. Sentii il suo cazzone duro strusciarsi con forza contro le mie chiappe. Tentai di scansarmi ma lui mi bloccò con le mani forti, afferrandomi per i fianchi. «Tu mi piaci tanto» sussurrò al mio orecchio. «Ti voglio. Hai un culetto favoloso, liscio e sodo. Lo guardo da mesi, anche in palestra quando sei in tuta. Sporgente, perfetto. E tu sarai mio.» Mi lasciò andare. Le gambe mi tremavano mentre bevevo il caffè. Tornato in corridoio, lui mi fissava toccandosi il pacco. Poi lo tirò fuori: grosso, lungo, scuro, venoso. Lo alzò e lo abbassò lentamente, mostrandomelo senza vergogna.

La palestra e la soffitta

Durante l’ora di ginnastica il professore chiamò il bidello per portare i materassini. Lui disse che gli serviva aiuto e fece il mio nome. Il prof acconsentì: «Vai Adriano, aiutalo.» In ascensore mi abbracciò stretto, mi baciò il collo e mi strusciò di nuovo il cazzone contro il corpo. Arrivammo in soffitta. Aprì una stanza piena di materassini e attrezzi. «Prendine due e scendi» mi ordinò. Obbedii. Quando tornai su per prenderne altri, lui mi aspettava. Mi abbracciò, mi baciò con passione. Cercai di divincolarmi ma mi bloccò, chiuse la porta a chiave e mi spinse su un materassino.

Mi abbassò la tuta, mi tolse la parte superiore e si spogliò a sua volta. Il suo cazzone era durissimo, grosso, quasi doppio del normale, scuro e pulsante. Mi baciò in bocca con foga, mi afferrò per i capelli e mi spinse giù. «Succhia» ordinò. Era enorme. Faticavo, mi veniva da vomitare, ma lui mi guidava con decisione. Dopo qualche tentativo riuscii a prenderlo tutto in gola. Intanto infilò due dita nel mio culo stretto. «Sono vergine» confessai. I suoi occhi si accesero di desiderio selvaggio, come se gli avessi appena regalato un tesoro.

La mia prima penetrazione

Mi mise in posizione pecorina, mi leccò il solco con avidità, poi prese una crema e me la spalmò generosamente. Le sue dita scivolavano dentro di me e io cominciavo a godere. Con le gambe aperte e il culo sollevato, spinse il cazzone. Entrava a fatica ma senza dolore vero. Lentamente lo mandò tutto dentro. Mi baciava la schiena. «Sei bello… mi fai impazzire… sei mio.»

Mi scopò con ritmo crescente. Poi mi fece mettere sopra. Cavalcavo il suo cazzo grosso mentre lui mi teneva per i fianchi. Venni schizzando sulla sua pancia. Lui leccò il mio seme e mi baciò. Quindi mi mise di nuovo sotto, con le gambe aperte e tenute in alto. Mi sbatteva forte, arrivava fino in fondo. Lo tiravo verso di me, volevo tutto. «Lo vuoi, cagna?» ringhiava. «Sìììì… dammelo tutto… sono la tua puttana… scopami troia!» urlavo perso nel piacere. Venimmo insieme: lui mi riempì dentro mentre io schizzavo nella mia mano.

Dopo mi diede il suo numero. «Ti chiamo io e tu corri subito.»

Il sabato a casa sua: primo party

Il sabato pomeriggio mi chiamò. Mi segnai l’indirizzo e in mezz’ora ero da lui in moto, dopo una doccia accurata dentro e fuori. Mi offrì da bere un liquore forte, poi una canna potente. Suonarono alla porta: salirono due suoi amici, giovani, muscolosi e cazzuti. Parlammo, bevemmo altro liquore e fumammo ancora. La testa mi girava, mi sentivo caldo, carico, voglioso. Mi tolsi i vestiti. Loro fecero lo stesso.

Mi misi al centro e mi piegai per succhiare i loro cazzi a turno. Mi trascinarono in camera da letto. Mi piegarono a novanta gradi: uno davanti e uno dietro. Erano dotati e sapevano scopare. Mi riempirono il culo con forza. Dopo vennero, si lavarono e se ne andarono. Mi lavai anch’io, bevvi qualcosa. Suonarono di nuovo: due uomini di cinquant’anni, grossi, con pancia e pelosi. Beviamo, fumiamo. Scelsi il primo e lo portai in camera. Lo spogliai: aveva un bel cazzone. Mi leccò il culo ancora pieno di sborra. «Ti hanno scopato da poco, eh?» mormorò eccitato dall’odore. Lo succhiai mentre lui mi infilava le dita e mi masturbava. Poi mi piegò sul bordo del letto, gambe aperte, e mi scopò con forza afferrandomi i fianchi. Lo sentivo nello stomaco. Venni senza toccarmi. Mi girò, mi baciò e continuò a sbattermi. «Hai un culo burroso… ti riempio e ti voglio ancora.» Mi diede il suo numero: aveva sorprese per me.

Più tardi, dopo altro alcol e fumo, mi misi sopra i cazzi. Due cazzi nel culo contemporaneamente mentre gli altri guardavano. Mi lasciarono un bel regalo caldo dentro.

L’incontro in ascensore

Un pomeriggio, uscendo da scuola, aspettavo l’ascensore. Si avvicinò un ragazzo alto, muscoloso, biondo. In ascensore mi sbatté contro la parete e bloccò la cabina. «Cagnetta, adesso tocca a me.» Mi abbassò i pantaloni, tirò fuori il suo super cazzone grosso e largo. Me lo fece succhiare. Poi mi girò e entrò dentro di me. «Pianooo… mi fai male… mi spacchi!» gemetti. Lui spinse con decisione fino a entrarmi tutto. Mi scopò con forza e venni. Poi mi fece ingoiare la sua sborra. Mi rivestii sudato, con le gambe tremanti e l’odore di sesso addosso. Lui salì su una moto. Presi la targa.

La chiamata e l’appuntamento

Feci ricerche e trovai il numero del proprietario. Lo chiamai fingendo di voler comprare la moto. Riconobbe la mia voce. Dopo un silenzio mi chiese cosa volessi. «Te. Voglio fare sesso, ma non in ascensore. In un letto. Fammi sapere.» Due giorni dopo mi chiamò e mi diede un indirizzo.

Arrivai, salii al secondo piano, suonai. Mi aprì in calzoncini corti e petto nudo. Bevvi qualcosa, poi lo abbracciai: «Voglio fare sesso, ho voglia.» Mi portò in camera. Nudi, ci leccammo e succhiammo a vicenda. Mi scopò con passione e venni due volte, godendo intensamente.

La domenica successiva i miei amici organizzarono una festa. Mi chiese se volevo partecipare.


Categoria: Prime volte

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