Mi chiamo Marika e oggi, da donna trans matura di cinquant’anni, voglio raccontarvi come è nata prepotentemente la mia seconda personalità. All’epoca dei fatti, fine anni Ottanta, ero ancora Marco. Avevo da poco compiuto diciotto anni: alto un metro e ottantacinque, fisico longilineo, gambe lunghissime e affusolate, fianchi larghi e un sedere sodo e ben fatto. Il resto del corpo aveva poco di mascolino, a parte le spalle larghe sviluppate grazie a tanti anni di nuoto agonistico iniziato da bambino. Pochi peli, capelli lunghi e ricci che arrivavano alle spalle, viso rotondo, bocca carnosa e occhi verdi intensi.
In quel periodo trascorrevo quasi tutte le mie giornate con Fabio, il mio amico di sempre, con cui ero cresciuto condividendo tutto… o quasi tutto. Quel pomeriggio di primavera, intorno alle quattordici, decisi di passare da lui. Feci il breve tragitto fino alla villetta e suonai al cancello. Non rispose nessuno. Riprovai e sentii la voce di Cesare, il padre di Fabio, che urlava infastidito: «Eh che cazzo, un attimo! Come al solito quando uscite dimenticate sempre qualcosa».
Aprì il cancello e, vedendomi, cambiò tono: «Ah, sei tu Marco». «Salve Cesare», risposi. Ci salutammo e lui mi spiegò che Fabio era uscito con la madre Laura per alcune commissioni e non sapeva quando sarebbero tornati. Poi mi invitò a entrare per bere una birra insieme.
L’incontro con Cesare
Cesare era un uomo estroverso, simpatico, di quelli che conquistano tutti con facilità. Aveva un’indole dominante: in passato era stato militare, ma dopo un grave incidente aveva lasciato l’esercito per fondare, insieme a un amico ex poliziotto, una società di vigilanza privata.
Entrai in casa, mi accomodai sul divano e, quando tornò dalla cucina, mi porse una birra fresca. Iniziammo a chiacchierare del più e del meno. «Come stanno i tuoi? Tuo padre è sempre così impegnato. Viaggia ancora tanto, vero? Per fortuna ci sei tu a fare compagnia a tua madre».
Continuò raccontandomi di un incontro casuale di qualche tempo prima. Aveva visto mia madre al bar mentre era con il suo socio. L’ex poliziotto aveva commentato: «Ehi, hai visto che figa la tua ex? Invitala al tavolo a bere un caffè». Cesare descrisse nei dettagli quel caffè, soffermandosi sulla profonda scollatura da cui spuntavano i seni prorompenti di mia madre e sullo spacco della gonna che lasciava vedere le cosce.
Durante il racconto si accorse che ero a disagio. Allora precisò che avevano solo scambiato due chiacchiere da vecchi amici: da giovani erano stati insieme, ma poi lei aveva scelto mio padre. Per alleggerire l’atmosfera si alzò e andò a prendere altre due birre. Feci per rifiutare, ma lui era già di ritorno con le bottiglie in mano. «Tieni, bevi», ordinò porgendomene una.
Il momento di svolta
Nella fretta la feci cadere maldestramente. La birra si rovesciò sul pavimento. «Ma che cazzo fai!» esclamò Cesare. Mi scusai, mortificato, e mi abbassai per pulire. Presi della carta e mi misi carponi sotto il divano. Quando alzai lo sguardo, lui era già dietro di me con il mocio. Mi porse l’attrezzo e iniziai a pulire sentendomi osservato.
Finito il disastro, mi girai. Cesare era seduto su una sedia e mi fissava. Riportai tutto in cucina e, tornato in salotto, mi scusai di nuovo. «Smettila di scusarti, non è successo nulla… Sai, assomigli molto a tua madre».
Risposi che me lo dicevano in tanti. Lui, con un sorriso malizioso, aggiunse: «E ti dicono anche che avete lo stesso culo?». Arrossii violentemente. Per un istante persi la cognizione del tempo e dello spazio. Ero agitato, disorientato, ma allo stesso tempo attraversato da un’eccitazione strana e nuova.
Il suo tono divenne improvvisamente arrogante e diretto: «Scommetto che ti piace pure il cazzo». Rimasi in silenzio, confuso ed eccitato. Lui se ne accorse e si avvicinò: «Non c’è nulla di male, è una cosa che rimane tra te e me».
Come incantato, risposi di sì. Io intendevo che eravamo soli, ma lui interpretò quella risposta come un’ammissione di desiderio. Si fece ancora più vicino e mi ordinò: «Fammi vedere quanto ti piace». Mi afferrò per le spalle e mi fece abbassare con decisione.
La prima volta
Con una mano mi teneva per la spalla, con l’altra si aprì i pantaloni e tirò fuori il suo cazzo già duro, lungo circa diciotto centimetri, leggermente curvo, con una cappella grossa e invitante. Lo guardavo ipnotizzato. Senza quasi rendermene conto iniziai a toccarlo, a segarlo lentamente.
Non pensavo più a niente. Volevo solo quel cazzo. Lo presi in bocca con foga. La sua mano passò dalla spalla alla nuca, accarezzandomi mentre diceva: «Sei come quella gran troia di tua madre… succhialo tutto, dai».
Quelle parole mi eccitarono ancora di più. Lo presi più a fondo possibile, muovendo le labbra lungo l’asta mentre la lingua raccoglieva la saliva che colava. Lui gemeva: «Dai puttana, succhialo tutto… massaggiami le palle, troiona… sì, così… mmm… vengo!».
Sfilò il cazzo dalla mia bocca e mi venne in faccia, schizzi caldi e abbondanti. «Tieni, prendila troiaaaa… e ora puliscilo, puttana».
Ubbidii. Ripresi in bocca il suo membro che lentamente perdeva consistenza, leccandolo e succhiandolo finché non si ritirò. Poi, con tono deciso, ordinò: «Vai a darti una pulita e vattene. Per oggi abbiamo finito».
Feci come mi aveva detto. Mentre tornavo a casa mi sentivo deluso, impaurito e profondamente confuso. Mille domande mi assalivano: «Non sono gay, ho la ragazza e mi piace scoparla… allora cosa ho fatto? Cosa mi sta succedendo?».
Arrivato a casa mi feci una lunga doccia calda, poi mi sdraiai sul letto cercando di calmarmi e di capire.