Per raggiungere il liceo prendevo ogni giorno il 101, l’autobus più affollato e frequente di Palermo. Chi conosce la città sa bene di cosa parlo. Nonostante all’inizio avessi avuto qualche problema – richiami dai professori, ragazzi che mi pizzicavano il sedere – non riuscivo a rinunciare al mio abbigliamento femminile. Maglioni fucsia o rosa acceso, sneakers da donna, jeans attillatissimi che, quando mi sedevo, lasciavano intravedere il bordo delle calze di nylon. Orecchini a cerchio, braccialetti tintinnanti. Ero sempre truccata con cura: rossetto vivace, cipria, fondotinta, matita per gli occhi e smalto perfettamente abbinato al colore delle labbra.
La mia condizione di transgender non passava certo inosservata. Eppure mi piaceva essere guardata. Mi eccitava notare che in alcuni non suscitavo solo curiosità, ma anche fantasie e desideri più profondi. Non mi era mai capitato però che qualcuno mi molestasse davvero. Qualche risolino, una battuta volgare, e nulla di più.
L’Incontro con Karim
Quel mattino salii sul 101 alle sette e mezza. Alla seconda fermata lui entrò. Lo notai immediatamente: era esattamente il tipo d’uomo che mi faceva battere il cuore. Trentenne nigeriano, corpo asciutto e muscoloso, alto, con uno sguardo sicuro e penetrante. Il bus era stipato come al solito e io, senza un posto a sedere, cercavo di mantenere l’equilibrio tra la gente.
Lui si posizionò proprio dietro di me. Non feci in tempo a fantasticare che sentii le sue mani grandi e robuste accarezzarmi il sedere. Un brivido mi attraversò tutto il corpo. Che emozione intensa! Avrei dovuto scendere alla quinta fermata, ma lui era lì e continuava a palparmi con decisione. Decisi di restare sul bus. E non me ne pentii nemmeno per un secondo.
Le sue mani di maschio esploravano il mio culetto con una miscela perfetta di delicatezza e fermezza. La libido mi salì alle stelle. Mi girai per guardarlo negli occhi. Lui mi sorrise, io ricambiai. Fu un cenno d’intesa tacito ma chiarissimo, carico di promesse.
Al Capolinea: Verso i Bagni della Stazione
Arrivammo al capolinea, alla stazione centrale ferroviaria. Scendemmo insieme e, senza dire una parola, ci dirigemmo verso i bagni pubblici. L’odore di piscio e di sesso vecchio aleggiava nell’aria, ma non ci importava nulla. Ci chiudemmo dentro un camerino stretto e sporco.
«Come ti chiami?» gli chiesi, con il cuore che batteva forte.
«Karim» rispose lui con voce profonda. «Vengo dalla Nigeria».
«E cosa sei venuto a fare qui?» domandai, già sapendo la risposta.
«Per chiavarti» disse semplicemente, senza giri di parole.
Gli diedi un bacio sulle labbra. Lui ricambiò con passione, le nostre lingue si intrecciarono avidamente. Le sue mani grandi mi accarezzarono i capezzoli attraverso i vestiti, facendomi gemere. Poi mi spogliò lentamente, e io feci lo stesso con lui. I nostri cazzi erano già durissimi, tesi e pronti.
Ci toccammo con urgenza, esplorandoci a vicenda. Mi inginocchiai davanti a lui e gli feci un pompino che non avrebbe dimenticato facilmente. Leccai l’asta con devozione, la cappella gonfia, la punta sensibile, prestando attenzione a ogni centimetro. Il cazzo merita rispetto e cura. Poi passai alle palle, grosse e pesanti come non ne avevo mai viste. Lo succhiai con passione fino a farlo esplodere. Ingoiai con vero godimento il suo sperma caldo e denso, il suo nettare bianco.
«Sei una troia» mi disse con un ghigno soddisfatto. Non aveva torto.
«Dammi il buco del culo, adesso» ordinò.
Non me lo feci ripetere. Prima esplorò il mio buchetto con un dito, poi ci sputò sopra per lubrificarlo. Quindi entrò piano, centimetro dopo centimetro, finché non fu tutto dentro di me. Dopo l’iniziale delicatezza iniziò a chiavarmi con ritmo sempre più forte e deciso. Non riuscii a trattenere i miei gemiti di piacere puro, che riecheggiavano tra le pareti del camerino.
Il Saluto e la Delusione
Alla fine Karim si sistemò i pantaloni, mi diede un’ultima occhiata e si preparò ad andare. Aveva fretta, chissà cosa doveva sbrigare. Lo pregai di darmi il suo numero di cellulare, lo implorai quasi. Ma lui uscì salutandomi con un secco: «Addio, buttana».
Ci rimasi male. Avevo ancora tanta voglia insoddisfatta. Il corpo mi bruciava di desiderio. Non potevo certo tornare a casa così. Mi dovetti accontentare di un vecchio porco di almeno settant’anni che aveva sentito i miei gemiti attraverso la porta e si era eccitato.
Aveva un cazzo minuscolo, ma una voglia incredibile. Fui contenta di farlo indurire con la bocca e di bere fino all’ultima goccia la sua sborra. Chissà da quanto tempo non veniva. Nonostante la delusione di non poter rivedere Karim, con quel vecchio avevo comunque fatto un’opera di bene.