Frequentavo il terzo anno del corso di meccanica quando il professore mi convocò: «Ti tocca il tirocinio del terzo anno. Per dieci giorni, tutti i pomeriggi, andrai all’officina del tuo quartiere e ti metterai a disposizione del signor Vittorio, il proprietario. Gli ho già mandato i tuoi compiti dove sei più scarso. Mi raccomando, farà una relazione sul tuo comportamento e sul lavoro: fammi fare bella figura».
Indossai la tuta azzurra da meccanico, presi la lettera di presentazione ed entrai nell’officina. C’erano quattro operai: il responsabile di circa cinquant’anni, due ragazzi sui ventitré-ventisei anni e uno di trentacinque. Ci presentammo, poi mi accompagnarono in ufficio dal capo. Vittorio mi spiegò cosa fare e cosa evitare, e mi disse che dalle sedici in poi sarei dovuto restare a disposizione di chiunque mi chiamasse.
I primi giorni corsi da uno all’altro. Tutti erano gentili. Al terzo pomeriggio, durante la pausa, mi sedetti a mangiare un panino. Raul, il ventitreenne, si avvicinò.
La prima canna con Raul
«Hai da accendere?». «No, non fumo». «Aspetta, nello zaino forse…» Trovai un accendino e glielo passai. «Tieni, grazie». Poi aggiunse: «Senti, dovresti farmi da guardia. Mettiti davanti a me: preparo una canna ma non vogliono, altrimenti mi licenziano. Avvisami se arriva qualcuno. Siamo nascosti tra due file di gomme».
Mi piazzai in piedi davanti a lui. Raul preparò la canna, poi mi guardò: «Vuoi? Non l’hai mai fatta? Prova, non ti fa niente, tranquillo. Si fuma in compagnia, è la regola, altrimenti porta male. Dai, avvicinati e apri la bocca».
Appoggiò le labbra sulle mie e soffiò il fumo. Chiusi la bocca, mandai giù e espirai. «Cavolo, fico». Ne fece un’altra tirata, poi mi infilò la lingua in bocca. Io rimasi fermo mentre lui succhiava la mia. Quando espirai il fumo, disse: «Cazzo, ho finito la pausa, devo andare».
Il giorno dopo, stessa ora di pausa. Gli offrii un panino, lui una birra. Poi mi chiese di fare di nuovo da guardia. Questa volta, mentre ero girato, mi soffiava il fumo e mi baciava. Si appoggiava contro di me e strusciava il cazzo sulle mie chiappe. «Fermo, che fai porco?». Finimmo la birra e mi chiese: «Hai un mezzo?». «No, sono a piedi». «Ti accompagno io con la moto. Fica, mi piacerebbe avere una moto. Guidavo quella di mio nonno d’estate. Stasera te la faccio provare. Aspettami alla fermata, ti vengo a prendere».
La corsa in moto e il boschetto
Arrivò poco dopo. Misi il casco e salii. Andammo sullo stradone con poco traffico. Io davanti, lui dietro. Si appoggiò alla mia schiena. Alla partenza feci un po’ di casino, poi presi confidenza. Lui mi stringeva la vita: «Sei bravo, cavolo. Dai, accelera. Ecco, gira a destra, entra in questa stradina. Ci fermiamo a fare una canna, ti va?».
«Sì». In fondo c’era un boschetto. «Vieni qui dietro, nessuno ci vede. Nascondi la moto e siediti qui, appoggiati al tronco». Preparò la canna, prese un liquore dal bauletto e bevemmo. «Cazzo è forte. Cos’è?». «Un liquore che fa mia nonna. Io sono di origine rumena».
Mi fece fumare e mi baciò. «Ti piace?». «Sì, è bello». «Adesso sento caldo». «È normale. Puoi toglierti la maglia». La tolsi, e lui fece lo stesso. Aveva un fisico palestrato, pettorali alti e gonfi. «Cazzo che muscoli. Fai palestra?». «A casa con mio cugino ci alleniamo. Toccami, senti». Li accarezzai. Erano duri e gonfi.
«Le donne impazziranno». «Ma a me piace conquistarle. Loro si buttano addosso solo per farsi scopare e raccontarlo alle amiche. Non mi piace. E tu hai la ragazza?». «No, adesso meglio che penso allo studio. Sei un bel ragazzo, delicato, hai lineamenti dolci da donna, belle labbra. Mi piace quando ti passo il fumo, mi sembra di baciare una donna».
«Se ci vorrei credere… un fico come te rifiuta le donne. Vedi che effetto mi fai tu». Tirò fuori un cazzone grosso e doppio. «Ma dai, che vuoi fare?». «Tu non hai voglia di scaricarti?». «Sì, ma qui tra le piante isolati mi fa paura, potrebbe arrivare qualcuno».
Mi soffiò altro fumo, mi baciò, mi stese a terra, salì sopra e mi bloccò le mani mentre cercavo di divincolarmi. «Fermo, fai il bravo, stai buono». Mi baciava il collo e le orecchie. Tremavo di brividi. Mi abbassò la tuta e strappò lo slip. «Lasciami, ti prego, non lo dico a nessuno, ho paura». «Stai buona, mi hai provocato. Mi hai portato qui e mi hai succhiato il cazzo, lo dico a tutti». «Sei matto!». «No, sei stronzo. Fai il bravo e nessuno saprà niente. Noi due ci divertiremo quando vogliamo».
Si spogliò, si girò in 69 e mi mise il cazzone sulla bocca. «Dai, apri e fallo entrare. Fai come faccio io al tuo». Leccava le mie palle, mi allargava le gambe, infilava la faccia e leccava il solco. Io leccavo il suo: era sudato tra le chiappe e quell’odore forte mi eccitava da morire. Lo succhiai con impegno. «Dai brava bambolina, tutto in gola. Così». Alla fine provai e riprovai e ingoiai tutto. Soffocavo ma lui tremava di piacere.
Mi girò a novanta gradi, appoggiato al tronco con le gambe larghe. Prese dalla tasca una crema, me la spalmò e infilò le dita, poi il cazzo. Lo spingeva piano. «Haaaaaaa mi spacchi il culo!». «Zitta troia, ti piace, lo sento. Ti apri e ti sei bagnato come una fica. Lo voglio tutto in fondo». Mi scopava con forza. Poi mi sdraiò, io sopra, mi alzava dai fianchi. Schizzai mentre lo baciavo. «Haaaaaaa belloooo mi piaceeeee, ancora, non ti fermare».
Mi girò di nuovo, gambe aperte, e mi sfondò. Mi baciava e diceva: «Sei una puttana vogliosa. Sei la mia donna, vero? Da oggi io sono il tuo uomo e tu mi ubbidirai…».
Due sere dopo: la sottomissione totale
Due sere dopo mi passò vicino in officina e sussurrò: «Aspettami alla fermata». Arrivò, salii e mi portò al solito prato. Fumammo, mi fece bere vino, poi mi afferrò la testa e mi fece succhiare il cazzone. Mi schiaffeggiava, mi sputava in bocca, mi strattonava. Mi tolse la tuta e mi sculacciava. «Di chi è questo culetto?». «È tuo, padrone». «Tu sei il padrone». «Brava cagnetta. Mi piacerebbe vederti fare la troia con un altro uomo davanti a me, farmi vedere quanto sei disponibile e farmi godere. Lo fai?». «Sì padrone, tutto quello che chiedi, io ubbidisco. Anche adesso lo farei».
«Andiamo a casa mia, stiamo comodi». Arrivati, mi fece fare la doccia e mi infilò il tubo per pulirmi il culo. «Ti ordino che lo voglio sempre pulito. Fallo tutti i giorni». Mi fece bere, preparò il fumo. Entrò suo cugino, alto e piazzato. «Ciao». Mi afferrò per il collo e mi mise in ginocchio davanti a loro due. «Dai puttana, facci eccitare».
Leccai i due cazzi dai pantaloni, poi in bocca. L’altro stava messo bene. Mi spogliarono, io spogliai loro. Leccai i piedi come mi ordinavano. Poi mi sedetti sul cazzone del cugino: mi allargava e lo spingeva dentro. Salivo e scendevo tremando, mi spaccava. Mi baciava, mi sputava in gola. Poi passammo in camera, prima da solo con il cugino mentre Raul ci passava da bere e fumo. Facemmo tutte le posizioni. Mi ero scatenato, la voglia era tanta e li incitavo. Mi sculacciavano, mi sfondavano. Poi due cazzi nel culo insieme. Sborrai forte e loro vennero dentro di me. Mi facevano leccare le dita piene di sperma che colava dal culo.
Facemmo la doccia, bevemmo ancora. La testa mi girava e avevo ancora voglia. Arrivò un altro loro amico. Fumammo, mi portò in camera nudo e mi scopò. Poi tutti e tre insieme… Tornai a casa completamente distrutto.
Categoria: Dominazione e ruoli
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