Mi sono sempre chiesto come facciano le persone a cui la vita ha tolto l’uso di parti del corpo ad avere rapporti sessuali. Non parlo solo di menomazioni evidenti, ma di paraplegici, tetraplegici o ragazzi con gravi problemi motori e di comprensione. L’idea di avvicinarmi a loro mi spaventava: temevo il dolore interiore che dovevano provare, l’accettazione di una vita su una sedia a rotelle o immobilizzati a letto. Eppure, tra i lavori più strani che ho fatto, c’è stato proprio quello della crocerossina del sesso per disabili.
Nemmeno immaginavo che esistessero figure simili, finché un annuncio su un giornale non mi ha aperto gli occhi. Erano mesi che cercavo un lavoro per mantenermi, aiutato da mia madre. Con internet ancora agli albori, sfogliavo spesso «Secondamano» alla ricerca di occasioni. Una mattina lessi questo annuncio: «Cercasi a Milano e dintorni, ragazze disinibite dai 18 ai 35 anni, per aiuto a uomini e ragazzi disabili. Si richiede tempo libero, anche notturno, bella presenza e presenza disinibita».
Chiamai subito il numero, pur non essendo una ragazza. Avevo bisogno di soldi e tentai la sorte. Il responsabile mi spiegò senza giri di parole che cercavano donne disponibili a fare sesso con disabili. Molte candidate rinunciavano dopo aver capito di cosa si trattasse davvero. Gli spiegai di essere nato androgino, con un aspetto straordinariamente femminile, e che ero disposto a fare un colloquio. Dopo qualche resistenza, accettò, convinto che mi avrebbero rimandato indietro.
Il colloquio e la prima missione
Il mattino dopo mi presentai in ufficio truccato alla perfezione e con una mise sexy: magliettina bianca attillatissima senza maniche, scollata sulla schiena, shorts di jeans cortissimi, cinturone con fibbia a cuore, stivaloni neri e capelli biondi lunghi sciolti. La mia voce maschile e il pacco evidente sotto i pantaloncini tradivano il mio sesso, ma il resto era da ragazza ventenne.
L’uomo mi squadrò sorpreso, ma dopo aver chiarito la mia identità e la mia urgenza di lavorare, mi diede gli indirizzi dei primi clienti. Avevo ottenuto il posto. Senza perdere tempo, presi i mezzi pubblici e raggiunsi la prima palazzina.
Il primo cliente: il paraplegico di cinquant’anni
Era un ingegnere rimasto paralizzato alle gambe dopo un incidente. Lo trovai sulla carrozzella. Nonostante l’imbarazzo iniziale, lo misi a mio agio parlando un po’ con lui. Capii che apprezzava molto la mia presenza femminile. Andammo subito al sodo: mi spogliai restando in corpetto e perizoma, lasciando che toccasse il mio corpo con le mani.
Mi masturbò fino a farmi venire, poi mi accucciai davanti a lui, gli estrassi il grosso cazzo già duro dai pantaloni della tuta e glielo succhiai con passione, usando le mie labbra carnose. Lui gemeva come un maiale, scostandomi i capelli dal viso. Poco dopo esplose nella mia bocca. Senza fermarmi, mi appoggiai ai braccioli della carrozzina, abbassai il culo sul suo cazzo ancora duro e lo feci scivolare dentro di me. Lo cavalcai con movimenti attenti ma decisi, godendo anch’io mentre lui mi riempiva di sperma caldo.
Lo salutai con un bacio sulla guancia, promettendogli di tornare se mi avesse richiesto.
Il secondo cliente: il ragazzo immobilizzato a letto
Il secondo appuntamento fu più complicato. Il ragazzo di trent’anni era completamente paralizzato dopo una caduta, cosciente ma immobile. Ad aprirmi trovai sua madre, una signora di circa cinquant’anni. Dopo qualche chiacchiera, mi accompagnò in camera e ci lasciò soli… almeno all’inizio.
Il ragazzo aveva un’erezione evidente. Provai a toccarlo, ma la situazione era surreale: sembrava un corpo caldo ma senza vita. Stavo per mollare tutto quando la madre rientrò, si tolse il vestaglione restando in intimo e mi guidò passo dopo passo. Mi fece stringere il cazzo del figlio e lo masturbammo insieme. Poi glielo succhiai, alternandomi con lei.
Per la penetrazione, la donna mi aiutò a salire sul letto e a calarmi sul cazzo del figlio, tenendomi per le braccia. Cavalcai quel cazzo duro mentre lei urlava di gioia con la sua voce nasale. Venni anch’io, e lui mi riempì il culo di sperma. La madre, senza vergogna, si chinò e leccò tutto lo sperma che colava dal mio buco, entrando persino con la lingua.
Gli ultimi clienti della giornata
Terminai il giro con altri due ragazzi Down, ai quali riservai lo stesso trattamento premuroso e senza inibizioni. Nel tardo pomeriggio tornai in agenzia esausto ma soddisfatto. Il capo mi fece i complimenti: i clienti avevano chiamato entusiasti. Mi diede uno scooter per muovermi meglio in città.
Quel lavoro mi ha insegnato tanto. Scopare ogni giorno con disabili mi ha dato una grande soddisfazione: regalare piacere a chi aveva perso la speranza di averne. Era faticoso, ma mi sentivo nel posto giusto.
Categoria: Racconti intensi
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