Credo di aver raccontato tutti gli episodi della mia vita da travestita fino al giorno del mio felice matrimonio, poi concluso qualche mese più tardi con un divorzio semplice, triste e amaro. Rileggendo il mio diario personale, da cui ho estratto tutte queste avventure reali degli anni passati, mi sono accorta che mancava quella musicale. Ed eccomi a rimediare, raccontandovi la mia breve ma intensa parentesi nel mondo della musica pop-rock. Come sempre a sfondo erotico: l’erotismo e il sesso non sono mai mancati in tutto quello che ho fatto come Greta Russo.
Ho sempre lavorato nel mondo musicale, prima come speaker radiofonica, poi ho tentato la carta di cantante in vari gruppetti rock di periferia a Milano. È lì che è nata la storia che vi vado a raccontare, con il produttore che per privacy chiamerò Denis.
Denis era e tutt’oggi è un produttore e talent scout abbastanza famoso. Ha lavorato con molti artisti italiani come Ligabue, Vasco Rossi, Edoardo Bennato, ed è stato anche nella scuderia di Lele Mora prima che scoppiasse il fattaccio dei ricatti ai vip da parte di Fabrizio Corona, che ha poi fatto crollare tutto il castello Mora e dei suoi compari. Denis, dicevo, era uno della scuderia Mora, sempre in cerca di talenti sia per il campo musicale che per la TV.
Al tempo mi esibivo con una band di ragazzi gay e bisessuali che avevo trovato un po’ qui e un po’ lì mettendo annunci sul web. Bravissimi musicisti e bravi anche a scopare. Io, che di solito preferisco l’uomo maturo ai ragazzi giovani, devo ammettere che questi ci sapevano davvero fare sia musicalmente che quando, dopo le prove, decidevamo di fare magari delle ammucchiate scopandoci a vicenda tutti quanti. Forse il momento più bello dello stare in quel gruppo. Avevano dei bei cazzi grossi e lunghi. Eravamo in quattro più io: un chitarrista, un batterista, un bassista e un tastierista. Ci chiamavamo Skin Trade, che tradotto suonerebbe più o meno come “la pelle marchiata”.
Io e gli Skin Trade facevamo molte serate, per lo più cover di altri gruppi famosi: dai Kiss ai Van Halen, canzoni dei Rolling Stones o Deep Purple, Prince, Led Zeppelin e anche qualche brano nostro, ma soprattutto cover. Non sono mai stata una gran cantante, ma ho sempre avuto una bella voce calda e, da quello che mi dicevano, molto intonata. Non ero certo Freddie Mercury dei Queen, ma me la cavavo degnamente. In quanto a look, ci presentavamo conciati in modo da non passare di certo inosservati. Ognuno di noi aveva uno stile particolare: io ero naturalmente la sexy drag queen, sempre mezza nuda, vestita poco ma con intimo elegante a paillettes, vestitini stretti e corti, truccatissima, con i miei lunghi capelli bicolore neri con ciocche bionde. Il chitarrista vestito totalmente in lattice nero luccicante, il tastierista tutto in cuoio, il batterista solo con dei boxer e nient’altro addosso, il bassista vestito come una specie di marziano con una tuta totalmente argentata luccicante. Tutti avevamo ovviamente del trucco sul viso e così ci presentavamo a ogni serata, attirando non poco l’attenzione di chi veniva a sentirci suonare. Eravamo non solo bravi, ma anche ottimi attori nell’attirare sguardi e provocazioni da parte del pubblico, che ogni sera ci tributava applausi e complimenti a fine show.
L’incontro con Denis
A una di queste serate, in un locale di cui ora non ricordo il nome, c’era pure Denis, il produttore. Forse in cerca di nuovi talenti, forse lì per caso: non lo saprò mai. Fatto sta che rimase entusiasta della nostra esibizione, tanto che una volta scesi dal palco mi avvicinò subito e non mi mollò più per tutta la serata. Al tempo aveva già sui cinquant’anni ed era un bell’uomo magro, alto e ben vestito. Forse un po’ troppo elegante, con vistosi vestiti firmati e sfarzosi orologi di marca ai polsi.
Venendo al punto, Denis mi chiese se volevamo far parte della sua scuderia, citando ovviamente anche Lele Mora, che allora non conoscevo nemmeno di nome. Ci propose un accordo e di fare del materiale nostro, oltre che di partecipare a serate a tema dove avremmo potuto avere un pubblico più adatto al nostro genere, come feste gay e club privati dove il nostro abbigliamento sarebbe stato più apprezzato che nei locali in cui suonavamo allora. Consultati gli altri del gruppo, decidemmo di provare e accettammo l’offerta. C’è da dire che non firmammo mai nulla: solo accordi verbali, almeno all’inizio.
Denis volle però vedermi due giorni dopo da sola, per parlarmi meglio dei progetti che aveva in mente per noi. Essendo la leader del gruppo, voleva che avessi più evidenza degli altri. Andai da lui un pomeriggio nel suo studio, una palazzina quasi in centro a Milano di ben dieci piani. Il suo studio era al decimo. Ricordo la prima volta che ci entrai: ne fui subito rapita. Mobili moderni e costosi, una lunga e grossa scrivania piena di carte e computer portatili, dischi d’oro alle pareti, foto e autografi di Vasco Rossi, Bennato, Ligabue, Zucchero, Mina, Raffaella Carrà, Rita Pavone e altri che non ricordo facevano bella mostra su ogni lato delle mura. Sedie in pelle nera a rotelle, quelle che si ruotano da una parte all’altra se ti giri seduto. E ovviamente, al centro di tutto, c’era lui, Denis, sempre vestito in modo impeccabile, cravatta compresa.
Mi tese la mano e mi abbracciò stringendomi a sé, cosa che già mi provocò un eccitamento involontario alle parti basse. Non so se lui lo notò dai miei leggings neri stretti e lucidi. Mi invitò a sedermi su una di quelle poltroncine girevoli e si mise davanti a me alla scrivania. Parlammo un po’ dei piani futuri e lo vidi molto interessato a me più che a ciò che stavamo discutendo. Non mi toglieva mai lo sguardo di dosso e, quando poteva, si alzava girandomi intorno, poi tornava a sedersi al suo posto.
Dopo i primi quindici o venti minuti di conversazione non ci avevo capito molto: parlava in un modo che non comprendevo e usava termini a me, profana del mondo musicale, assai sconosciuti. Alla fine però ci trovammo d’accordo su tutto e, finite le formalità, l’uomo mi offrì da bere una birra fresca dal suo frigo personale che aveva proprio a fianco della scrivania. Mai visto un ufficio simile in vita mia, vi giuro. Già al tempo molto tecnologico e moderno per il periodo in cui eravamo. Accettai la birra, dato che faceva assai caldo e rinfrescarsi era una buona cosa.
Mentre bevevo, notai che l’uomo riprese a girarmi intorno come un avvoltoio che attende la sua preda. Poi mi fece delle domande assai strane, a cui risposi senza problemi. Sapevo che le storie secondo cui per far carriera si deve per forza scopare con il proprio mentore erano vere, e i fatti che mi stavano capitando mi dimostrarono che non mi sbagliavo. L’uomo iniziò a chiedermi se mi piacessero gli uomini e di che orientamento sessuale fossi. Senza nessun problema gli dissi di essere gay al cento per cento e di travestirmi regolarmente da donna, come vedeva anche ora. Oltre al solito trucco avevo, come già detto, un paio di leggings neri lucidi e stretti, una t-shirt nera scollacciata a V senza maniche, stivali texani da cowboy ai piedi, capelli lunghi raccolti a coda con delle ciocche che pendevano ai lati del viso, occhiali da sole scuri. Sotto avevo un perizoma nero, un reggiseno bombato senza spalline, calze a rete autoreggenti.
L’uomo, a ogni risposta che gli davo, sembrava compiaciuto e sempre più contento. Arrivò a chiedermi a quel punto esplicitamente, senza tanti giri di parole, un rapporto completo con lui. «Mi piaci, Greta», mi disse. «Sei molto bella e se mi lascerai fare ti prometto che ti porterò molto in alto e ti farò fare strada nel mondo musicale. Hai talento e bellezza, il resto, se me lo permetterai, lo porterò io.»
Mi piacciono gli uomini che vanno al sodo senza girarci intorno. Non ho mai avuto problemi, da troia che ero, a farmi inculare e sbattere da chiunque me lo chiedesse apertamente. Solo che erano pochi quelli che lo facevano apertamente. Almeno uno che aveva avuto il coraggio di dirmelo in faccia senza troppe menate. Finii la birra e accettai senza nessun problema. «Certo, caro», ho risposto. «Fammi vedere che uomo sei. Fammi tua. Fammi sentire il sapore del successo.»
Il prezzo del talento
Mi spogliai poco alla volta fino a restare in intimo davanti a lui, seduto sulla sua poltroncina. Mi sono avvicinata e inginocchiata davanti a lui, gli ho gentilmente, senza alcuna fretta, sbottonato e abbassato pantaloni e mutande, rivelando un bel cazzo duro e lungo che aspettava solo la mia bocca. L’ho preso in mano e me lo sono infilato tutto in gola, succhiandolo con avidità, mentre le sue grosse e calde mani mi tenevano i capelli dal viso per ammirarmi meglio. In quel momento ero affamata non solo di cazzo ma anche di successo: le parole di quell’uomo mi avevano aperto davanti un mondo dorato che poteva essere finalmente mio. Avevo sempre sognato di far carriera nel mondo musicale sin da adolescente. Non mi importava con chi dovevo scopare per arrivarci: stavolta mi sarei data a tutti pur di conquistare qualcosa in vita mia.
Succhiai così bene che l’uomo mi sbrodolò in bocca un litro di sperma caldo dopo nemmeno un minuto, venendo con un bel sospiro e riempiendomi la gola di liquido caldo che ho ingoiato fino all’ultima goccia davanti ai suoi occhi. Pensavo fosse finita lì. Mi rialzai in piedi ma fui afferrata per un braccio da lui. Non ne aveva avuto abbastanza: ora voleva anche il mio bel culo. Infatti ha poi detto: «Non abbiamo finito, troietta. Mi devi dare anche quel bel culo che hai. Consideralo come il tuo passaporto per arrivare al successo, tesoro.»
Sempre più accaldata, forse anche per la birra bevuta, mi sono messa in posizione lasciandomi prendere senza fare nessuna resistenza. Mi sono piegata a novanta, sdraiata sulla sua lunga scrivania a gambe larghe, e ho lasciato che da dietro lui mi prendesse le natiche spalancandomene con forza. Mi sono sentita proprio aprire dalle sue mani il culetto, prima che ci infilasse poco alla volta la sua grossa e turgida cappella e lentamente mi penetrasse fino alle palle pelose. Appena il suo bel cazzo è entrato dentro di me ho chiuso gli occhi lasciandomi andare al piacere, ansimando e sospirando forte come la vacca che ero. Mi sono sentita trapanare il culo dal suo bel cazzo duro che faceva il suo dovere entrando e uscendo dalle mie natiche, scivolando senza nessun problema. Era una meraviglia sentirlo dentro e glielo feci capire, tanto che l’uomo a un certo punto mi ha detto: «Ti piace il cazzo, puttana… Vedrai che ti faccio diventare una diva, ma questo bel culo lo dovrai aprire molte volte anche ad altri.»
Non mi fregava un cazzo. Ero disposta a farmi inculare da tutta Milano se era necessario, ma volevo e dovevo avere quel successo che da sempre avevo cercato e mai ottenuto. Questa doveva essere la volta giusta, e per nulla al mondo me la sarei fatta scappare. Se il mio culo mi avesse aiutata a far carriera… meglio ancora. Scopare mi è sempre piaciuto e non mi sarei mai tirata indietro per così poco. Questo gli dissi in sostanza mentre mi trapanava le natiche. Denis fu molto contento di quanto gli stavo dicendo. «Vedrai che andremo molto d’accordo io e te… Diventerai la mia diva puttana», mi disse spingendomi ancora più forte e veloce il suo cazzo dentro e fuori, facendomi morire dal piacere.
Intanto che si progettava il mio futuro scopando, la maniglia della grossa porta imbottita dello studio girò e un altro uomo entrò all’improvviso, beccandoci in pieno e senza nemmeno bussare. Mi fermai a guardarlo assai preoccupata, cosa che invece non fece Denis, che continuava a trapanarmi con il suo bel cazzo le chiappe. «Non devi preoccuparti», ha aggiunto vedendomi a bocca aperta fissare l’uomo. «Questo è il mio socio Ivan» (nome di fantasia, ovviamente). Ivan sorrise, salutò entrambi, poi posò delle carte sulla scrivania poco distante da dove eravamo noi. Denis disse: «Lei è Greta, sarà la nostra nuova diva musicale.» Ivan sorrise nuovamente e poi disse con una nota ironica: «Posso fare anch’io la tua conoscenza, Greta?»
Senza aspettare che gli dicessi di accomodarsi, l’uomo si abbassò pantaloni e mutande e mi piantò il suo cazzo bello dritto in gola a farselo succhiare. Pareva che lì dentro tutti gli uomini avessero già il cazzo duro, stranamente. Non ci feci caso e mi lasciai sfondare culo e bocca dai miei nuovi datori di lavoro. Dopo non so quanto tempo (a me è parsa un’eternità) che mi stavano trapanando a turno bocca e culo, finalmente i due maiali si sono decisi a svuotarsi. In quel momento Denis era davanti e mi riempì la bocca per la seconda volta: ingoiai ancora tutto il suo sperma. Dietro, il suo caro socio Ivan mi riempì bene il culo di sperma caldo, allagandomi l’intestino.
C’è da notare che anche in quell’occasione non si usarono né precauzioni né preservativi. Anzi, la parola “preservativo” era, poi ho scoperto, bandita da quell’ambiente. Tutto doveva avvenire nudo e crudo, a contatto con la pelle. Ci doveva essere fiducia da entrambi i lati, e meno male non mi sono mai presa malattie veneree o cose simili con tutti quelli con cui scopai senza protezione. Fortunata anche in quel caso, direi.
Il doppio gioco
Dopo quel pomeriggio esitavo a dire ai ragazzi della mia band che quelli volevano solo me e non loro. Motivo per cui cercai di nascondere vigliaccamente la cosa il più possibile. Evitavo di parlare di Denis e, se mi domandavano cosa alla fine fosse successo al colloquio con lui, minimizzavo dicendo che non se n’era fatto nulla perché erano interessati ad altro e non a noi. Non volevo perdere il mio gruppo e i miei cari trombamici, così come non volevo perdere l’occasione per diventare famosa. Volevo tenere un piede in due scarpe, come si dice.
La cosa andò bene finché un giorno il tastierista non mi vide salire sulla grossa auto del produttore e baciarlo sulla bocca con passione. Allora l’inganno da parte mia venne scoperto e, come sapevo sarebbe successo, persi i ragazzi e la loro amicizia finì in quel momento. Non mi sentivo per nulla in colpa e oggi comprendo di essermi comportata da vera bastarda e stronza nei loro confronti, ma ero accecata da un successo che in ogni caso non avrei mai ottenuto, ma che pensavo di ottenere.
Ormai era passato più di un mese da quando avevo scopato e incontrato per la prima volta Denis, e nel frattempo ero entrata a far parte del giro grosso. Stavo conoscendo la crema della gente importante che conta veramente. Denis mi portava sempre a feste e serate private, presentandomi a tutti gli uomini che conosceva, per lo più uomini di una certa età, come sapeva piacevano a me. Conobbi così molti produttori e discografici di etichette come la Sony Music Italiana, la EMI Italiana e il direttore della Polygram Dischi Italiana. Tutta gente che da subito mi prese in simpatia e con cui naturalmente dovetti aprire il culo, come mi aveva detto Denis.
Ho scopato in una camera di un hotel a cinque stelle con il direttore della Sony Music, di cui non farò ovviamente il nome per privacy, che mi sfondò per bene il culo travestendosi da Tarzan e facendomi indossare un costumino da selvaggia indigena. Che strani gusti e deviazioni ha certa gente… Facendomi sbattere invece dal produttore di Vasco Rossi, mi son ritrovata in una villona a Milano 2 dentro una piscina a farmi trapanare il culo sott’acqua con lui completamente nudo davanti alle cameriere e ai suoi servitori, che ovviamente non hanno battuto ciglio né commentato il fatto. Magari poi privatamente tra di loro chissà quante me ne avranno dette.
Iniziai a fare anche delle serate come cantante solista in circoli gay di alto bordo, roba di classe, non certo centri sociali o taverne, ma locali e club privati e circoli gay per gente ricca e benestante. Facevo canzoni e cover con l’aiuto di basi preregistrate e a volte di qualche band trovatami da Denis. Non ho mai avuto un gruppo fisso come prima. Intorno a me ruotava sempre gente e musicisti nuovi e mai conosciuti.
Dopo il secondo mese cominciai a pensare di avercela finalmente fatta. Ero già abbastanza conosciuta, molti mi cercavano per le serate e guadagnai soldi abbastanza per comprarmi dei vestiti nuovi, biancheria più sexy e attrezzature come microfoni, aste e apparecchi per le mie serate. Comprai un computer portatile nuovo. Volevo condividere questo momento così importante con mia mamma, che fino a quel momento era stata all’oscuro di tutto. La chiamai al telefono e le raccontai in più di un’ora di telefonata, per filo e per segno, cosa mi era capitato. Compresa la prima scopata con Denis e il suo socio dentro il loro ufficio e le altre scopate con gli uomini delle etichette discografiche. Come sempre con mamma scendevo forse un po’ troppo nei particolari, ma sapevo che lei, conoscendo tutto di me da tempo, non si scandalizzava più. Ovviamente mi rimproverò per non aver mai usato preservativi né protezioni di alcun tipo. Se volevo farmi rompere il culo da tutti erano affari miei, ma almeno che usassi delle protezioni. Così disse mamma. La tranquillizzai dicendo che quella era tutta gente sana e a posto, di non preoccuparsi, e che presto sarei diventata ricca e famosa. Le avrei comprato una casa migliore di quella in cui attualmente viveva e le avrei mandato dei soldi per ripagarla di tutti i sacrifici che aveva fatto per me fino a quel momento. Mamma non voleva soldi, era solo preoccupata per me, che finissi nei guai, e non aveva tutti i torti, ma questo lo scoprii dopo, molto dopo.
Al momento mi sentivo in cima al mondo: troia sì, ma anche musicista, una cantante finalmente riconosciuta e apprezzata. Alla fine però devo precisare che chi mi apprezzava era per come scopavo e non certo per le mie doti vocali. Questo è triste da dire, ma è la verità. Pensavo di essere brava prima nel canto e poi magari a soddisfare i maschi, e invece era il contrario. Ad ogni modo ero troppo contenta e accecata per capire come stavano realmente le cose e continuavo, eccitata come una vaccona, a raccontare a mamma come venivo sfondata dai vari ricconi della musica: una volta in piscina davanti alla servitù, un’altra in una camera di hotel vestita poco da selvaggia indiana, un’altra in un cesso dietro il palco prima di cantare, un’altra volta da un’intera sala di uomini gay in una serata un po’ troppo calda e alcolica. Insomma, feci a mamma tutto l’elenco. Mi vantavo di essere una troia perché il cazzo mi è sempre piaciuto e non l’ho mai negato a nessuno che me lo avesse chiesto. Anche mamma sapeva che ero una vacca e mi aveva accettata così com’ero, anche se ovviamente si preoccupava ogni volta per quello che combinavo.
La festa e lo scaricamento
La sera stessa Denis passò a prendermi per portarmi a una festa privata dove, tra i tanti grossi nomi importanti, c’era anche il famoso Lele Mora, che conobbi per la prima e ultima volta. Poi, a esser sincera, non l’ho mai più visto. Denis mi presentò Mora, che mi guardava con aria sorridente e il suo bel faccione gonfio stretto in un vestito elegante che mal gli cadeva sul fisico cicciotto e appesantito. Io invece ero elegantissima, inguainata in un vestito lungo a paillettes blu, capelli sciolti sulla schiena e sulle spalle, guanti bianchi lunghi, quelli che si usano fino al braccio, scarpe nere lucide con allacciatura a schiava sulle caviglie ma con zeppa al posto del tacco, che non ho mai saputo portare. Ho sempre detestato le scarpe scomode e anche se sarò stata poco femminile con la zeppa me ne son fregata. Ero ben truccata e sembravo una principessa. Peccato non aver avuto delle foto di quei momenti: sarebbe stato divertente rivedermi conciata come una vip, io che vengo dalla strada e di gente ricca non ho mai avuto nulla se non vista in TV. Ero diventata ormai una di loro e mi ero anche un po’ snobbata… Stavo prendendo tutti i vizi peggiori della gente che conta. Mi ero solo abituata allo stile di vita che mi stavo guadagnando, nulla di più.
A metà serata, a forza di accettare drink, ero già abbastanza brilla e iniziai a flirtare e importunare un po’ tutti gli uomini presenti (da notare che le donne a quelle feste erano sempre molto poche e di rado ne conoscevo, essendo feste dove tutti erano gay: trovavo abbastanza semplice capire perché l’unica “donna” accettata ero io). Iniziai a farmi toccare da un paio di produttori e qualche musicista presente. Non chiedetemi i nomi perché non ne ricordo nemmeno uno, complice l’alcol che diminuisce la memoria e sbiadisce i ricordi. Un po’ perché era gente nuova per me, che ero dentro al “giro che conta” da poco meno di due mesi.
Alla fine finì come al solito: qualcuno mi strappò il vestito di dosso facendomi restare in intimo e poco alla volta fui fatta stendere su un lungo divano a quattro posti completamente in pelle nera lucida, e lì iniziai ad avere tutti addosso quasi nudi. Mi arrivarono grossi cazzi duri davanti al viso che iniziai a succhiare come una infoiata senza nemmeno sapere di chi fossero. Mi son ritrovata a prenderne due alla volta in bocca, quasi a soffocare, con tutti gli altri attorno, mani che iniziavano a palparmi, bocche e lingue che mi baciavano e leccavano da ogni parte: un vero bordello insomma. Ben presto fui voltata da supina a pecorina e mi son ritrovata anche senza slip tanga, quasi completamente nuda a parte le scarpe, il trucco ancora intero e un reggiseno addosso con le calze autoreggenti a rete sulle gambe. Mi ritrovai con le natiche larghe e un bastone duro di carne che si strofinava e poi si infilava dentro poco alla volta ma con forza. Per dirla con parole semplici, mi son ritrovata inculata senza tanti complimenti da dietro e con due cazzi per volta in gola da succhiare. Ho iniziato a godere come una vaccona, ansimando e sospirando a ogni colpo dietro, mentre con gli occhi appannati dal mascara cercavo di riconoscere le facce che mi stavano addosso completamente nudi. Metà di quella gente, come ho detto, non la conoscevo, ma senza smentita posso dire di essermi trovata in bocca il cazzo di Lele Mora, con il suo panzone quasi a soffocarmi il viso, solo lui, e il suo cazzo in gola insieme a un altro di uno che non conoscevo. Lele rideva e se la godeva insieme ad altri con cui si baciava in bocca. Denis non lo vedevo più tra la gente lì intorno: mi domandai dove fosse andato. Ma non ci pensai troppo a lungo: al momento avevo ben altro addosso di cui preoccuparmi.
Da dietro iniziarono le girandole di uomini nel mio culo e sono stata sfondata uno dopo l’altro da quasi tutti quelli che avevo attorno. Solo Mora non ha preso parte al mio sfondamento anale, preferendo farselo solo succhiare e venendomi copiosamente in gola. Ho resistito più che potevo, ma dopo la prima mezz’ora ho dovuto arrendermi e chiedere pietà: avevo il culo dolorante e che bruciava, mentre la mia bocca piena ormai di sperma da ogni lato era arrivata al suo limite. Finalmente conclusa la sfondata e piena di sperma colante da ogni lato del corpo, ho cercato di rialzarmi con le gambe ancora tremanti che mi reggevano a stento. Accompagnata da un’inserviente alla toilette dove mi sono ripulita e rimessa in sesto in tempo record per tornare di nuovo nel grande salone, dove ormai tutti stavano uscendo per rincasare.
Era notte fonda quando Denis ricomparve davanti a me con un sorriso a trentadue denti, chiedendomi se mi ero divertita. Non ho mai saputo dove fosse finito e nemmeno glielo chiesi: mi limitai a sorridergli a mia volta e avviarmi con lui verso la macchina che ci attendeva nel grande parcheggio fuori la villa dove eravamo stati. Fu lì che appresi, con molta rabbia e tristezza, lo scaricamento da parte dell’uomo nei miei confronti. Devo ammettere che una faccia da cazzo simile alla sua non mi era mai capitata prima di allora. Il modo in cui, senza troppi giri di parole, mi comunicò che la gita era finita e che la gente che fino a quel momento si era divertita a scoparmi ora non mi voleva più vedere fu tremendo. Ci misi un po’ per capire di cosa stesse parlando, ma Denis me lo spiegò apertamente senza nemmeno un po’ di tatto o gentilezza. «È finita», mi disse. «Ci ho provato, credimi, ma il tuo bel culo non è bastato a farti accettare da questa gente che si diverte in ben altri modi.» E la mia carriera di cantante? Quella, affermò Denis, non era mai iniziata. In pratica ero solo stata usata per esser scopata da tutti, far svuotare i cazzi dei ricconi gay e poi buttata come un preservativo ormai inservibile.
Tutto questo mi mandò fuori di testa. Non potevo credere che dopo solo due mesi tutto si era spento e concluso così. Esagerai, feci una scenata tremenda a Denis che se la meritava del resto, avendomi usata a quel modo. L’uomo alla fine si spazientì, mi insultò dicendomi chi mi credevo di essere per usare certi toni con lui, e che lo dovevo solo ringraziare se per due mesi e mezzo dal nulla ero arrivata a conoscere tanta gente importante. Che ero una troia ingrata. E mi fece scendere a malo modo dalla sua auto, lasciandomi a piedi in un posto che nemmeno conoscevo, ben lontano da casa mia. Lo mandai a farsi fottere piangendo come una scema. Mi sentivo una merda usata e gettata via. Fortunatamente subito dopo un’auto si fermò vicino a me e un uomo sui cinquantacinque anni dai modi gentili mi chiese se avessi bisogno di aiuto. Mi feci portare fino a casa da lui gentilmente, ma quella faccenda non la digerii tanto in fretta.
Il ritorno alla realtà
Iniziai a star male e mi presi un paio di settimane per capire come stavano le cose e cosa dovessi fare. Io che credevo fermamente di avere del talento, ero solo stata usata per svuotare cazzi ai gay del posto: era davvero assurdo e squallido. Lasciai il mondo musicale con difficoltà e continuai a dedicarmi alla mia passione più profonda, diventando una puttana ancora più vacca di come ero già in precedenza. Non mi facevo scappare più nessun maschio. Chiunque trovassi interessato a me, mi facevo sfondare da lui culo e bocca senza problemi dove capitava, fosse in angoli di strada o in macchina se capitava. Dopo qualche settimana però capii che mi stavo solo buttando via a quel modo e tornai a ragionare con la testa sulle spalle. Mi diedi una calmata e mi sono rimessa sulla retta via.
Tutto questo succedeva prima del mio matrimonio e dell’ultima avventura che poi avrebbe chiuso per sempre questa vita fatta di sesso a ogni costo. A quel tempo trovai lavoro in varie radio come speaker radiofonica e da lì in avanti ho continuato questo lavoro, continuando però a scopare con chi trovassi interessante. Mamma mi è stata molto vicina nel momento in cui mi ero trovata cacciata fuori dal mondo che contava davvero. Ci telefonavamo spesso in quel periodo: lei nel Veneto e io a Milano non potevamo certo vederci, ma mi tenne comunque grande compagnia, specie nell’aiutarmi a capire che quello non era un ambiente sano e adatto a me. Tornai ben presto a essere la Greta di sempre e a farla diventare matta con le telefonate erotiche che le facevo ogni volta che mi portavo degli uomini a casa. Non passava volta che la chiamassi, a ogni ora del giorno o della notte che fosse, per presentarle qualche uomo e farle ascoltare i nostri amplessi al telefono, mentre me la godevo ansimando come una troia mentre qualcuno appena conosciuto mi trapanava il culo con il suo grosso cazzo duro. Mamma sopportava perché mi ha sempre voluto un bene enorme e ha sempre sopportato tutto ciò che le facevo passare. A volte cercava pure di fare battute sulle situazioni per farmi capire che, tutto sommato, anche se non le piaceva ciò che facevo, accettava le cose come stavano.
Quella volta, per esempio, che le telefonai mentre mi stavo facendo sfondare le chiappe da un camionista sulla cabina di guida del suo camion alle due di notte, cercò di parlare con il camionista, un uomo sui sessant’anni dai modi abbastanza gentili, scherzandoci insieme e pregandolo di stare attento a non farmi male e, se lo aveva grosso, di usare almeno della vaselina. Avevo il culetto delicato, disse. Roba da matti: mamma che scherza e fa battute con l’uomo che in quel momento mi stava trapanando il buco del culo. Oppure quel giorno che la chiamai mentre ero impegnata a farmi sfondare bocca e culo da due egiziani, e lei mi chiese se erano gli stessi che aveva visto quella volta che era venuta a Milano a trovarmi. Quella volta avevo ordinato una pizza da degli egiziani e mi stavo facendo scopare dal ragazzo delle consegne sulla porta di casa mentre mamma era in bagno a sistemarsi. Mamma era fatta così: a volte mi piaceva perché stava al gioco scherzandoci su, altre mi piaceva meno perché se la trovavo di malumore non mi ascoltava nemmeno e chiudeva la telefonata in malo modo.
Lei è stata davvero importante per le mie avventure sessuali. Credo che se quella famosa volta non mi fossi confessata a lei non avrei mai potuto fare certe cose e realizzare tante belle scopate. Ed è anche grazie al suo appoggio e aiuto che alla fine sono riuscita a divertirmi ma con la testa sempre sulle spalle e a non fare troppe cazzate. Fossi stata sola, sicuramente senza una guida sarei finita senza dubbio in guai peggiori. Di questo devo dire un grazie enorme a mia mamma.
Qualche mese più tardi conobbi l’uomo che mi avrebbe impalmata per bene in Svizzera, in canton Ticino: l’uomo con cui mi sposai solo per qualche mese prima di separarmi. Ma questa è una storia che ho già raccontato. Cercatela e leggetela.